Ci sono espressioni che segnano la storia. Che in parte la prevedono, la preconizzano. E l’aiutano a plasmarsi. Tale fu quel “Non siamo figli di un Dio minore” pronunciato da Nilde Iotti nel 1998, intervistata da Miriam Mafai: il suo Pds, pur provenendo dalla storia del Pci, aveva tutte le carte in regola per governare. Due giorni dopo Massimo D’Alema, leader del partito, fu incaricato di formare il governo. La traversata nel deserto era durata mezzo secolo.

D’Alema che varcava la soglia di Palazzo Chigi, con i Carabinieri sull’attenti in piazza Colonna, ha aperto la strada del Quirinale a Giorgio Napolitano, altro ex Pci, nel 2006. Adesso è Giorgia Meloni a poter rivendicare di non essere figlia di un Dio minore. E con ragione. Nessuno è più escluso dalla stanza dei bottoni: la storia va inesorabilmente avanti. E perfino il Quirinale, per decenni terreno esclusivo delle culture politiche che avevano scritto la Costituzione, non è più un orizzonte proibito per la destra italiana.

La normalizzazione democratica si misura proprio da questo. Non esistono partiti politici, in una democrazia liberale matura, che hanno meno cittadinanza di altri. Non esistono famiglie politiche condannabili per natura all’opposizione perenne. Se gli italiani affidano a una maggioranza il governo del Paese, quella maggioranza ha pieno diritto di coltivare l’ambizione di esprimere, quando sarà il momento, anche il Capo dello Stato. È il gioco della democrazia parlamentare. Ed è giusto che sia così. Così come per concorrere alle maggioranze che formano i governi, le maggioranze che individuano l’inquilino del Colle sono figlie del loro tempo. Valeva per la Lega di Umberto Bossi, per il M5S di Luigi Di Maio, per Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni così come potrebbe valere, ed è una prospettiva democraticamente plausibile, per Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Chi ha paura che la democrazia esprima compiutamente le sue meccaniche e segua appieno i cicli della rappresentanza, semplicemente non ama del tutto la democrazia.

Ma la democrazia, come insegna la storia repubblicana, non vive soltanto di diritti. Vive anche di responsabilità. La Presidenza della Repubblica non è la naturale estensione della vittoria elettorale. Non è il premio finale di una lunga campagna. È l’istituzione che più di ogni altra pretende la capacità di trascendere la propria parte.

Perché diventare garanti è la prova più difficile per la destra

Chi arriva al Colle deve smettere di rappresentare una comunità politica per diventare garante di tutte. È qui che la destra di governo si trova davanti alla prova più difficile.

Perché governare significa amministrare il consenso. Abitare il Quirinale significa amministrare il dissenso. Significa custodire gli equilibri costituzionali anche quando questi limitano il potere della maggioranza. Significa difendere le prerogative del Parlamento, l’autonomia della magistratura, il pluralismo dell’informazione, l’indipendenza delle autorità di garanzia. Non sempre assecondare il governo. Talvolta persino fermarlo. È un salto culturale prima ancora che politico.

La destra italiana ha ormai conquistato una piena legittimazione internazionale. FdI sta diventando la versione nostrana della Cdu. Ha dismesso ogni naiveté euroscettica e consolidato i rapporti con Bruxelles, quelli non facili con Washington, conquistato la Nato con la vision del ministro Crosetto. Ha dissipato le diffidenze delle origini: negarlo sarebbe sbagliato, perfino ridicolo.

Non ci sono figli di un Dio minore, in un’Italia in cui tutti hanno attraversato con fare padronale il cortile di Palazzo Chigi. Abbiamo avuto un ministro del Partito Comunista d’Italia, alla Giustizia. Ex della Destra di Storace al Turismo. Neofiti pentastellati agli Esteri. Oggi, la seconda carica dello Stato proviene dall’ex Msi. E due volte la presidenza della Camera è andata alla Lega Nord. Una a Rifondazione Comunista. Tutto è stato già ampliamente sdoganato.

I figli di Dei minori si sono rivelati, alla prova del governo, molto simili ai figli degli Dei maggiori. Tanto da venire poi confusi con i primi, evaporando agli occhi dell’elettore bulimico di novità. Resta però un’altra eredità da archiviare. Quella delle mitologie identitarie. Delle nostalgie trasformate in linguaggio politico. Dei simboli evocati più per rassicurare una comunità che per costruire una nazione. Sono queste le vere “mitologie minori”. Non perché irrilevanti, ma perché incapaci di parlare all’Italia intera.
Ogni forza politica custodisce i propri miti fondativi. Ne hanno avuti i comunisti, i socialisti, la Democrazia cristiana. Il problema nasce quando il mito pretende di sostituire le istituzioni. Quando la memoria diventa appartenenza esclusiva.

E quando la fedeltà alla storia prevale sulla fedeltà alla Repubblica. Il Presidente della Repubblica non può permetterselo.
Sarà per questo che, quando arriverà il momento della successione al Quirinale, non basterà rivendicare il diritto di provarci. Quello nessuno lo mette più in discussione. Servirà dimostrare di avere costruito una classe dirigente capace di interpretare il ruolo più alto della Repubblica senza spirito di rivalsa e senza complessi di inferiorità.

Avatar photo

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.