Si aprono le danze alla Camera dei deputati: approda il testo della riforma della legge elettorale in Aula, dopo lunghe trattative, diurne e notturne, e numerose sedute in Commissione. Si punta ad avere l’ok di Montecitorio entro la metà di luglio, così da passare la palla a Palazzo Madama e chiudere definitivamente l’iter entro settembre. Le opposizioni già contestano e tuonano contro il possibile ricorso alla questione di fiducia in Senato. Gli opinionisti, dinanzi questo ritmo serrato, già pensano al voto anticipato in primavera 2027.

Intanto, oggi si prevede una discussione generale molto calda. La riforma, se ne parla da settimane, la conosciamo: sistema proporzionale con premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che abbia ottenuto almeno il 42% dei consensi. Se nessuno arriva a tale percentuale, si procede con un proporzionale puro. Nonostante gli ampi dibattiti, il timore di tanti parlamentari ma anche la speranza di tantissimi cittadini, dal testo sono scomparse le preferenze. Il voto avverrà ancora una volta, salvo colpi di scena, su liste bloccate. Fratelli d’Italia e Futuro Nazionale vogliono riproporle in assemblea. Ma attenzione, perché il voto qui sarà segreto. Chissà, magari il caldo romano confonderà qualcuno, ma certo è che – con il voto segreto – l’occasione per dare un cambio di rotta netto alla politica italiana, da troppi anni ammuffita da politici scelti da tutti tranne che dai cittadini, sembra sfumare. Sull’ingresso delle liste in Parlamento, le soglie di sbarramento invece rimangono le stesse previste dal Rosatellum, mentre è stato infilato, nella nuova riforma, uno sgambettino ad hoc al Generale Roberto Vannacci. Saranno esenti dalla raccolta firme i gruppi parlamentari alla Camera o al Senato formatisi entro il 31 dicembre 2025. Pertanto, Futuro Nazionale dovrà raccoglierle. Escluso poi il voto ai fuori sede, ergo – non occorre esser il Mago Otelma – la sinistra oggi manifesterà la sua corale indignazione.

Ma la vera chicca della legge elettorale, oltre al premio di maggioranza a chi prende un voto in più, è l’obbligo delle liste e coalizioni di indicare, quando depositeranno il contrassegno, il nome del candidato premier. “Posso capire che nel campo largo non sono d’accordo” ha detto qualche giorno fa il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, “hanno oggettivamente un problema di ‘chi ce mettiamo?’”. È così. Perché se gli elettori di destra indicativamente già sanno che votando la coalizione votano, di fatto, un Meloni bis, dall’altra parte sono in alto mare. Chi sarà il premier se vince la sinistra? La segretaria del Partito democratico Elly Schlein o gli italiani dovranno assistere a un Conte ter? Grande è la confusione sotto il cielo. Mao Zedong, a tale detto, aggiungeva: “Quindi la situazione è eccellente”. Ma no: in questo caso, è tragica.

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Classe 1998, nata sotto il segno del cancro. Veneta, al momento a Roma. Seguo la politica estera e le cronache parlamentari. Tennista a tempo perso, colleziono dischi in vinile e li ascolto rigorosamente davanti a un calice di rosso. Kierkegaard e Nozick due grandi maestri.