Politica
Legge elettorale, l’Italia non è il Paese che la cambia più spesso, ma quello che la cambia peggio
Esiste un luogo comune confortante secondo cui l’Italia sarebbe la “campionessa europea di instabilità elettorale”. Confortante perché nei luoghi comuni c’è sempre un che di assolutorio: se è un primato, è quasi un destino, e quindi nessuno è davvero responsabile. Peccato che non sia vero. A guardare i numeri, dal dopoguerra a oggi, il paese che ha cambiato più volte la propria legge elettorale non è l’Italia, è la Grecia. E paesi come Germania, Spagna, Portogallo e Regno Unito hanno mantenuto sostanzialmente lo stesso sistema per cinquanta, settanta o ottant’anni di fila. L’anomalia italiana, allora, non sta nei numeri, ma nel modo.
I conteggi (vedi tabella) raccontano una geografia chiara. Il Regno Unito vota con il First-past-the-post in piedi dal 1885 e mai modificato; la Germania ha conservato il sistema della rappresentanza proporzionale personalizzata sin dal 1949, con due soli ritocchi strutturali (soglia del 5% nel 1953, riforma Scholz del 2023 per contenere la dilatazione del Bundestag); Spagna e Portogallo non hanno mai riformato il proporzionale uscito dalle rispettive transizioni democratiche. La Francia ha avuto un’evoluzione più mossa, ma con una traiettoria diversa dalla nostra: il maggioritario uninominale a doppio turno introdotto da De Gaulle nel 1958 è ancora oggi vigente, con l’unica deviazione del 1986 quando Mitterrand introdusse il proporzionale, sistema usato in quell’unica elezione e subito abrogato da Chirac. Dal 1988 si vota con lo stesso meccanismo, e quasi quarant’anni di stabilità hanno costruito quel “fait majoritaire” che è oggi una delle architravi della politica francese.
La Grecia è il caso più interessante, perché batte l’Italia per numero di riforme: sette o otto dal 1974, con il premio di maggioranza variato continuamente. Ma Atene ha un anticorpo che Roma non ha: una norma costituzionale per cui le riforme elettorali approvate senza maggioranza dei due terzi non si applicano alla legislatura immediatamente successiva, ma a quella dopo. Un meccanismo che impedisce alle maggioranze pro tempore di scrivere su misura il sistema con cui andranno a chiedere il voto. Ed è qui che si arriva al cuore dell’anomalia italiana. Non nei cinque-sei cambi dal 1948 (Legge truffa 1953, Mattarellum 1993, Porcellum 2005, Italicum 2015, Rosatellum 2017), che in termini puri non sono più numerosi che altrove. Ma in due tratti senza paragoni in Europa occidentale. Il primo è la convivenza patologica fra leggi parlamentari e sentenze costituzionali: l’Italia è l’unico paese europeo che, in tempi recenti, ha avuto due leggi elettorali consecutive dichiarate parzialmente incostituzionali (Porcellum con la sentenza n. 1/2014, Italicum con la n. 35/2017), costringendo la Corte a costruire essa stessa, per via di “Consultellum”, il sistema-ponte. In Germania le sentenze costituzionali ci sono state, e numerose, ma hanno sempre preceduto l’applicazione del sistema; in Italia i sistemi sono stati usati, hanno prodotto tre Parlamenti (2006, 2008, 2013), e solo dopo sono stati riconosciuti viziati.
Il secondo tratto è lo scopo strumentale dichiarato. Il Porcellum fu scritto dal centrodestra alla vigilia di un’elezione che si pensava persa, con l’obiettivo esplicito di rendere ingovernabile un’eventuale vittoria del centrosinistra. L’Italicum fu cucito su misura della riforma costituzionale Renzi-Boschi, e crollò insieme a quella al referendum del 4 dicembre 2016. Il Rosatellum nacque da un accordo trasversale tra Partito Democratico, Forza Italia e Lega, dichiaratamente disegnato per penalizzare il Movimento 5 Stelle nei collegi uninominali. In nessun grande paese europeo la legge elettorale è stata, in modo così esplicito e ripetuto, uno strumento di breve periodo nelle mani delle maggioranze pro tempore. Si capisce perché la Corte costituzionale italiana sia diventata, di fatto, il garante involontario di un sistema di regole che il Parlamento non riesce più a scrivere in modo durevole. L’Italia non è quindi il paese che ha cambiato più volte la legge elettorale. È il paese che la cambia peggio. Che è una colpa diversa, e politicamente più rivelatrice.

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