Trump ha reso esplicito, con l’accordo raggiunto con l’Iran, che anche le relazioni con un regime considerato per anni una minaccia esistenziale potevano essere trattate come una normale transazione. Un accordo mosso da interessi economici e dalla necessità di portare a casa un risultato spendibile politicamente, senza troppi riguardi per le conseguenze strategiche a lungo termine. Questo avrà un effetto diretto e pesante sugli equilibri della regione. Gli Accordi di Abramo, per quanto limitati, rappresentavano un processo di normalizzazione tra Israele e diversi Paesi arabi costruito anche sulla percezione di un interesse comune nel contenere l’Iran. Quando gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere disposti a trattare con Teheran, hanno indebolito quella convergenza.

Israele oggi si trova nella condizione di dover combattere in maniera permanente, non avendo più un quadro regionale mosso da interessi convergenti. I suoi nemici, al contrario, si sentono più forti e più legittimati. Hanno visto che anche l’alleato più importante può cambiare rotta quando gli conviene, e ne hanno tratto le conseguenze. Non serve sconfiggere Israele in campo aperto. Basta rendergli la vita sempre più difficile, logorarlo, e aspettare che la pazienza americana si esaurisca di nuovo. Trump esortava le migliaia di giovani iraniani a continuare le loro manifestazioni e scendere per le strade, promettendo un imminente aiuto con le sue frasi roboanti. Abbiamo capito che non erano promesse ma strumenti della sua “arte negoziale”. Intanto i regimi hanno imparato a reprimere meglio, e l’Occidente ha imparato a voltarsi dall’altra parte con maggiore disinvoltura.

Le popolazioni che vivono sotto dittatura tendono sempre più a rassegnarsi. Non è solo paura, è anche la consapevolezza che ribellarsi non porta da nessuna parte, e che l’Occidente – quando deve scegliere tra i propri interessi e la sorte di chi si oppone a un regime scomodo – sceglie quasi sempre sé stesso. In questo contesto, l’attaccamento al proprio governo, per quanto oppressivo, diventa una forma di realismo. Meglio un padrone conosciuto che illudersi di essere salvati da chi, in realtà, non ha nessuna intenzione di farlo.

Quello che Trump ha accelerato è il riconoscimento che il vecchio ordine, fondato almeno sulla finzione di una minima coerenza tra valori dichiarati e azioni concrete, è finito. Ora si naviga a vista. Le alleanze durano finché convengono, gli impegni valgono finché non costano troppo, e chi si trova dalla parte sbagliata della storia non può più contare su un intervento esterno che gli salvi la pelle. Chi continua a illudersi che questo sia solo un momento di passaggio, o che prima o poi torneranno i tempi in cui l’Occidente era disposto a battersi per qualcosa di più dei propri interessi immediati, si prepara a una delusione ancora più amara. Il nuovo ordine è più semplice, più cinico e molto più pericoloso per chi non ha la forza di difendersi da solo.

Per noi europei non resta che prendere esempio dai due Stati nostri fratelli aggrediti e sotto minaccia di esistenza: Israele e Ucraina. Dobbiamo, come Europa e come nazione, amarci come civiltà di valori, e aumentare stabilmente la spesa per la Difesa, costruendo capacità industriali e tecnologiche autonome e accettando che la deterrenza credibile costa e non si improvvisa. Perché i nostri nemici, ora più forti, sono alle nostre porte, che ingenuamente avevamo lasciato socchiuse fidandoci dei nostri amici.