L’attesa è tutta per il prossimo venerdì. Domenica, il presidente Usa Donald Trump, il suo vice, JD Vance, e il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, hanno firmato l’accordo tra Iran e Stati Uniti in via digitale. Ma è venerdì che si concretizzerà il tutto, con l’arrivo in Svizzera di Vance, Ghalibaf, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e forse di Trump. Ed è quello il giorno in cui il mondo capirà quale sarà il contenuto del patto. Per ora, sia in Iran che negli Stati Uniti si conoscono solo alcune clausole tramite indiscrezioni o dichiarazioni dei protagonisti. Anche Trump, arrivato ieri ed Evian, in Francia, ha detto che presto si sapranno le condizioni dell’accordo, definito “potente”.

Di sicuro, al momento c’è la riattivazione del traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz. Una riattivazione che però non si è tradotta nella rimozione del blocco navale americano, perché il Pentagono ha chiarito che il traffico in entrata e in uscita che coinvolge i porti iraniani rimarrà in vigore fino alla firma di venerdì. A ripartire, però, è stata la navigazione che coinvolge tutti gli altri Paesi. “Le navi, molte cariche di petrolio, cominciano a muoversi fuori dallo Stretto di Hormuz. Stanno percorrendo la ‘Autostrada’ meridionale, che è totalmente sicura, protetta e incontaminata”, ha scritto sul social Truth il presidente. Un tema centrale per il tycoon. Ma anche su questo dossier, quello della riapertura di Hormuz, rimangono ancora nodi da sciogliere. L’Iran non ha rinunciato alla possibilità di imporre tariffe per il transito. “Non si tratta di pedaggi” ha detto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, ma di tariffe “in cambio dei servizi che forniremo, tra cui servizi di navigazione, protezione ambientale, eventuale assicurazione navale e altri servizi che saranno forniti da Iran e Oman”. E non è un caso che ieri Vance abbia ribadito di aspettarsi che Hormuz “riapra senza pedaggi nel lungo periodo” e che la questione sarà affrontata nei “negoziati tecnici”.

Resta poi il punto interrogativo di chi controllerà il rispetto delle regole della navigazione e parteciperà allo sminamento. Emmanuel Macron, che ospita in questi giorni il G7, ha detto che la Francia, Italia, Paesi Bassi e Regno Unito sono già pronte ad attivarsi con propri assetti militari e che entro due giorni potrebbe arrivare nell’area la portaerei Charles de Gaulle. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dopo il bilaterale a Roma con l’omologa giapponese Sanae Takaichi, ha ribadito l’importanza fondamentale dello sblocco di Hormuz. E in una nota, la premier ha dichiarato che l’Italia è pronta “insieme agli altri partner e fermo restando la necessaria autorizzazione parlamentare, a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello Stretto”. Trump, parlando ieri con Macron, ha detto che non sarebbe “una cattiva idea avere là una o due navi di alcuni paesi”. Difficile dire se Teheran accetterà però una presenza costante di forze straniere.

Ma non è questo l’unico punto su cui si dovrà discutere fino a venerdì e oltre. Vance, ad esempio, ha confermato che sul tavolo esiste il fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione iraniana. “Questo è il tipo di finanziamento a cui potrebbero avere accesso, tramite la Coalizione del Golfo, a patto che rispettino i loro obblighi”, ha detto Vance alla Cbs. Il vicepresidente lo ha dipinto come un potenziale investimento nella ricostruzione da parte delle monarchie arabe. Ma a molti osservatori, la sostanza sembra in realtà diversa: sembrerebbero di riparazioni di guerra. Come potrebbero esserlo, del resto, anche la rimozione delle sanzioni (Trump ha detto che non è previsto, ma è anche aggiunto che “è davvero una questione di comportamento”) e lo sblocco degli asset congelati all’estero. La tregua su tutti i fronti, Libano compreso, lascia perplessi molti analisti, oltre che il governo israeliano. Mentre sul programma nucleare di Teheran, sarà tutto consegnato alla “fase due” di questi negoziati. Una finestra di 60 giorni in cui si capirà se Usa e Repubblica islamica vorranno continuare sulla linea dell’accordo o se infrangeranno gli impegni presi.