Esteri
Apache abbattuto a Hormuz, equipaggio salvo ma la tregua è già sospesa: raid Usa sull’Iran
Notte di raid Usa sull’Iran, dopo l’abbattimento di un elicottero americano vicino Hormuz. “Colpiti basi navali, sistemi radar e artiglieria”, secondo fonti di Washington. Teheran risponde a sua volta bersagliando le basi americane nei paesi mediorientali e accusa gli stati della regione di “responsabilità legale e morale” per gli attacchi di Usa e Israele. Tel Aviv continua intanto ad attaccare nel sud del Libano, causando altre vittime. Tajani contro le parole di Ben Gvir sull’Italia: “Inaccettabili e indegne”, le definisce il ministro degli Esteri.
Tra Teheran e Washington, il filo diretto non si è interrotto. L’attacco israeliano a Beirut, il successo lancio di missili dei Pasdaran contro lo Stato ebraico e la reazione dell’Idf su vari obiettivi nella Repubblica islamica hanno messo a dura prova il negoziato. Ma le trattative, come chiesto da Donald Trump, non si sono fermate. E così non si è fermato il lavoro dei mediatori. Su tutti, quello del Pakistan, che spera anzi che già questa settimana possano arrivare buone notizie sul fronte diplomatico.
Secondo una fonte pakistana dell’emittente saudita Al-Hadath, i funzionari di Islamabad stanno facendo il possibile “perché venga raggiunta un’intesa entro questa settimana”. Uno slancio di ottimismo che però non appare del tutto isolato. Anche nel momento in cui l’escalation sembrava porre fine ai suoi sogni di accordo, Trump si era detto convinto che l’intesa fosse vicina. Ieri, subito dopo avere assistito alle finali della Nba a New York, si è espresso in toni piuttosto entusiastici. “Siamo alle fasi finali di quello che sarà veramente un buon accordo con l’Iran”, ha detto The Donald. Un accordo che “non permetterà in alcun modo, forma o maniera la produzione di armi nucleari”, ha spiegato il tycoon, e che prevede l’apertura immediata dello Stretto di Hormuz. Tutto questo, secondo Trump, “potrebbe avvenire tra due o tre giorni”, quindi già prima del fine settimana. E queste frasi del presidente americano coincidono con quelle delle fonti pakistane. Difficile dire se il capo della Casa Bianca sia davvero certo di questo sviluppo delle trattative. Come ha ricordato la Cnn, il presidente degli Stati Uniti ha già dichiarato almeno 37 volte che un accordo con Teheran era imminente. Il primo annuncio è datato addirittura 7 aprile, quando ha annunciato il cessate il fuoco. Ma l’analisi realizzata dal media Usa riferisce che l’ottimismo di Trump era già evidente in piena guerra, con dichiarazioni riguardanti un’intesa ormai prossima anche prima della fine di marzo.
Sembra dunque difficile dare la massima fiducia alle interviste o ai post social del leader repubblicano. Tuttavia, questa volta, ci sono due elementi in più. Il primo è dato dalle dichiarazioni del vicepresidente JD Vance, che ha detto che gli Stati Uniti sono “ben posizionati” per raggiungere un accordo con l’Iran che raggiunga gli obiettivi prefissati. Vance ha fatto anche un passo in più, avvertendo Israele che l’intesa potrebbe non piacere a Benjamin Netanyahu ma che è in linea con gli interessi americani, che sono quelli di fare in modo che Teheran non abbia la capacità di dotarsi di un’arma nucleare. Ma anche dalla Repubblica islamica sono arrivati segnali cautamente positivi. L’ambasciatore e rappresentante permanente dell’Iran presso le Nazioni Unite, Amir Saeid Iravani, ha ammesso che sono in corso scambi continui (mediati sempre dal Pakistan) ma che le parti “non hanno ancora elaborato un testo finale”. Alla domanda di un giornalista che gli ha chiesto se questa intesa definitiva potesse arrivare entro la fine del mese, Iravani ha risposto “lo speriamo”. E questo auspicio da parte di uno dei principali diplomatici iraniani lasciano intendere che vi sia una finestra di opportunità nonostante le tensioni in tutta la regione. E nonostante i nodi da sciogliere del negoziato siano ancora importanti. Il Libano è certamente uno dei più difficili, visto che Hezbollah chiede il ritiro parallelo di Israele. Ma sul tavolo rimangono anche gli asset iraniani congelati all’estero e, ovviamente, il programma nucleare.
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