Le Ragioni di Israele
Hezbollah sabota l’accordo Israele-Libano, Aoun ammonisce Teheran: “Ci sta usando”
Il presidente libanese accusa l’Iran di usare Beirut come merce di scambio nei negoziati con gli Usa
TEL AVIV – Giornata calda, estiva. La gente si affolla come nei momenti migliori al mare e nelle vie centrali per l’immancabile brunch prima del silenzio serale dello Shabbat. È una città laica, ma che continua comunque a tenere alle proprie tradizioni. Questo venerdì, però, è stato particolarmente affollato, come non sempre accadeva negli ultimi mesi di guerra. Un ipotetico turista ignaro difficilmente potrebbe immaginare che Israele si trovi in equilibrio precario tra iniziative di pace con il Libano e una probabile ripresa della guerra con Hezbollah e, di conseguenza, con il suo principale sostenitore, l’Iran. Alla base dello stallo vi è la totale indisponibilità di Naim Qassem, segretario generale di Hezbollah, ad accettare un cessate il fuoco che non preveda il ritiro dell’Idf dal sud del Libano.
Chiunque osservi la situazione in buona fede, senza i soliti pregiudizi nei confronti dello Stato ebraico, sa che un ritiro puro e semplice non è considerato possibile da Israele. A Gerusalemme viene percepito come un rischio dalle conseguenze facilmente prevedibili per la popolazione che vive nel nord del Paese e come una scelta destinata a provocare pesanti contraccolpi sul piano della politica interna. Da ieri mattina, a fronte del totale rifiuto di Hezbollah di accettare un cessate il fuoco ritenuto ragionevole da Israele e dei continui attacchi con droni nell’area di Shlomi, nel nord del Paese, dove era prevista una visita del premier Netanyahu, l’Idf ha condotto diversi attacchi nel Libano meridionale, con eliminazioni mirate di terroristi e fuoco di artiglieria. La volontà di sabotare gli accordi promossi a Washington tra le delegazioni israeliana e libanese appare, agli occhi del governo israeliano, sempre più evidente. Il presidente libanese Aoun ha accusato l’Iran di usare il Libano come merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti. Netanyahu ha dichiarato che non sottoporrà alcun accordo al voto del gabinetto di sicurezza finché Hezbollah non ne accetterà formalmente i termini.
Al momento il primo ministro, alla luce della netta opposizione di Hezbollah, sta elaborando con i propri ministri diversi scenari operativi per un possibile ampliamento delle operazioni militari in Libano. Il ministro per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, e il ministro dell’Energia, Eli Cohen, hanno chiesto a Netanyahu misure più severe contro Hezbollah, invitandolo a parlare nuovamente con il presidente Trump per spiegargli la realtà vissuta da troppo tempo dalla popolazione del nord di Israele, impossibilitata a condurre una vita normale. Da qui, secondo diversi esponenti della coalizione, la necessità di colpire anche Dahiyeh, il sobborgo meridionale di Beirut considerato una delle principali roccaforti di Hezbollah. La sensazione, condivisa da gran parte del governo, è che il tempo non giochi a favore di Israele e che, nel tentativo di assecondare le richieste di Trump, si finisca per favorire indirettamente l’Iran e il suo proxy libanese, ai quali il trascorrere delle settimane consentirebbe di riorganizzarsi militarmente.
A sorpresa, soltanto il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, si è dichiarato pienamente favorevole a un cessate il fuoco, richiamando l’attenzione sulle difficili condizioni politiche nelle quali si trova oggi lo Stato ebraico. Questa posizione quasi unanime all’interno dell’esecutivo trova riscontro anche nei sondaggi, secondo i quali la maggioranza degli israeliani ritiene che Netanyahu non dovrebbe consentire a Trump di determinare l’intensità delle operazioni militari contro Hezbollah. Per il momento, l’unico dato certo è che Hezbollah continua a colpire i centri abitati israeliani. E mentre la vita a Tel Aviv sembra scorrere normalmente sotto il sole di giugno, la sensazione è che l’escalation sia dietro l’angolo.
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