La guerra e il racconto di parte
In Libano Hezbollah uccide soldato Unifil ma tutto tace: i terroristi rifiutano anche il cessate il fuoco ma la colpa è solo di Israele
TEL AVIV – Nessuno fiata. La notte tra il 3 e il 4 giugno colpi di mortaio lanciati da Hezbollah hanno ucciso un soldato serbo dell’UNIFIL e ferito altri due militari in una postazione dell’ONU nel sud-est del Libano, nei pressi di Marjayoun. Questo episodio segue quello del 18 aprile scorso, quando un altro casco blu francese perse la vita, sempre ad opera di Hezbollah.
In quell’occasione Macron protestò, ma con il freno a mano tirato. Adesso proviamo a immaginare per un attimo se i tragici eventi fossero stati opera dell’IDF, anche involontariamente: edizioni straordinarie dei telegiornali, l’ennesima rivolta mediatica contro il presunto esercito “genocida” con la Stella di David, indignazione politica unanime e l’ennesima prova, secondo molti, che Israele sarebbe uno Stato terrorista.
Ma dal momento che la responsabilità è di Hezbollah, tutto tace. O, al massimo, la notizia viene riportata senza ulteriori particolari, in modo da lasciare l’opinione pubblica nel dubbio.
Questo è il leitmotiv al quale è difficile abituarsi. È difficile abituarsi anche a sentire attribuire a Israele la responsabilità del conflitto con Hezbollah, quando il segretario generale dell’organizzazione, Naim Qassem, ha appena respinto il cessate il fuoco concordato tra Israele e il governo libanese.
Eppure, nell’opinione comune, sarebbe sempre lo Stato ebraico a infrangere il diritto internazionale, e non l’organizzazione terroristica Hezbollah, che continua a fare il bello e il cattivo tempo in un Paese che vorrebbe tornare a essere libero.
E questo schema comunicativo, ripetuto nel tempo, finisce per consolidare percezioni che prescindono dai fatti sul terreno e dai dettagli operativi delle singole vicende. Brutti tempi stiamo vivendo.
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