Esteri
Trump fa l’ottimista sulle trattative con l’Iran. Ma regna ancora il caos
Donald Trump senza freni. In un’intervista al podcast “Pod Force One”, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che senza il suo attacco all’Iran, “Israele non esisterebbe più”. Ha detto anche che vorrebbe incontrare la Guida suprema Mojtaba Khamenei. “Mi piacerebbe incontrarlo e probabilmente ci incontreremo prima o poi, a seconda di come si evolveranno le cose”, ha detto il capo della Casa Bianca. Trump si è anche lanciato nell’affermazione secondo cui l’Iran si sarebbe impegnato a non avere armi nucleari e che i colloqui “stanno evolvendo molto bene”. Ma quello che appare chiaro è soprattutto un elemento. Perché, come accaduto più volte in questi mesi di conflitto e di (molto fragile) cessate il fuoco, l’impressione è che sia difficile trovare una strategia. E l’incertezza regna ormai sovrana su tutti i fronti mediorientali: gli stessi in cui invece, The Donald, ritiene di avere vinto o di avere raggiunto una pace definitiva.
La confusione, del resto, l’ha ammessa lo stesso Trump. Quando gli è stato chiesto di dare una risposta a chi lo critica per la sua gestione della grande crisi del Golfo Persico, The Donald non ha battuto ciglio. “È positivo se sono confusi. E gli iraniani sono confusi”. “Potrei uscire da qui, darvi una risposta, e poi 20 minuti dopo, nello Studio Ovale, rendermi conto che la mia risposta è ormai sbagliata. I fatti cambiano e le cose cambiano rapidamente”, ha detto il tycoon. E in effetti, anche gli altri leader iniziano ad avere la consapevolezza che nelle stanze di Washington a regnare è spesso l’incertezza e l’imprevedibilità. Sorprendendo tutti, Trump ha addirittura confermato di avere dato del “pazzo” a Benjamin Netanyahu per l’escalation in Libano, certificando così la veridicità delle rivelazioni di Axios che lo stesso entourage del premier israeliano aveva cercato di minimizzare. E, pur ammettendo di “lavorare bene” con “Bibi”, tutto lascia intendere che i rapporti tra i due alleati siano decisamente meno nitidi rispetto ai mesi precedenti.
La questione è stata affrontata anche dal primo ministro dello Stato ebraico. Intervistato alla Cnbc, Netanyahu ha dovuto confessare che a volte ci sono “disaccordi tattici” tra lui e il tycoon, ma “concordiamo sulle questioni principali”. Divergenze che, ha specificato Bibi, ci sono “come accade nelle migliori famiglie”. Ben diverso, invece, dal rapporto con i leader europei, accusati da Netanyahu di “adeguarsi alle minoranze islamiche radicali nei loro Paesi” e di “non avere il coraggio di schierarsi dalla parte giusta”.
Ma il segnale lanciato da queste ultime dichiarazioni del presidente americano e del premier israeliano certifica ciò che prima veniva fatto trapelare da indiscrezioni giornalistiche o che si leggeva fra le righe delle mosse militari e politiche dei due governi. Tra Stato ebraico e Stati Uniti qualcosa è cambiato. Il complesso negoziato tra Teheran e Washington ha messo in una posizione scomoda il governo Netanyahu, che cerca di gestire la frustrazione del tycoon per il mancato accordo ma anche di indirizzarlo verso un memorandum che non venga interpretato dalla Repubblica islamica come una vittoria. Lo stop di Trump all’offensiva scatenata in Libano è apparso però come un avvertimento netto nei confronti di Bibi e un segnale di come la Casa Bianca non voglia in questo momento altri ostacoli sulla via dell’intesa.
Ma la strada, tra i vari ostacoli, non ha solo il destino del Paese dei cedri e della guerra tra Idf ed Hezbollah. Perché anche il campo di battaglia del Golfo continua a essere un enorme punto interrogativo. La guerra con l’Iran è “finita”, e gli Stati Uniti hanno ottenuto la “vittoria”. Così si è espresso il segretario di Stato Marco Rubio in commissione Esteri della Camera, scontrandosi con la deputata democratica Sara Jacobs. Ma il conflitto, al momento, più che finito con una vittoria Usa sembra congelato in un misterioso limbo fatto di continue tensioni e raid che continuano. Oggi il Comando Centrale americano ha affermato di aver colpito di nuovo in territorio iraniano, in particolare nell’isola di Qeshm, sottolineando che – come negli ultimi attacchi – si è trattato di “autodifesa”. Teheran ha reagito ordinando il lancio di decine di droni e missili contro obiettivi in Bahrain e Kuwait, dove si trovano basi militari statunitensi e accusati dagli iraniani di essere gli avamposti da cui sono partite le ultime operazioni Usa. E i Pasdaran hanno ribadito che lo scambio di messaggi con l’Amministrazione Trump è sospeso.
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