Dieci processi, dieci assoluzioni. Si è chiusa oggi con una piena riabilitazione giudiziaria la vicenda di Leopoldo Di Girolamo, ex sindaco Pd di Terni, che nel 2016 finì agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta “Operazione Spada” e fu costretto alle dimissioni. Le ultime due assoluzioni sono arrivate il 16 e il 17 giugno, con le sentenze della Terza e della Prima sezione giurisdizionale centrale d’appello della Corte dei conti di Roma. Riguardavano il regolamento Tari del 2014 e la realizzazione del laboratorio di biotecnologie. Con queste decisioni cala definitivamente il sipario su una vicenda giudiziaria durata quasi dieci anni.

I dieci procedimenti penali di Di Girolamo

In totale Di Girolamo ha affrontato dieci procedimenti – penali, civili e contabili – ed è stato assolto in tutti. Sei riguardavano la sua attività da sindaco di Terni, due quella da presidente della Provincia e altri due l’incarico di presidente dell’Ati.
Il procedimento penale più rilevante nacque da un’indagine avviata nel dicembre 2015 su un appalto per la manutenzione del verde pubblico. Le accuse erano pesantissime: associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, concussione, turbativa d’asta e abuso d’ufficio. Dopo anni di indagini, intercettazioni e una misura cautelare agli arresti domiciliari, poi annullata dal Tribunale del Riesame, il processo si è concluso con l’assoluzione piena di tutti i venti imputati. L’altro filone centrale riguardava il dissesto finanziario del Comune di Terni. Anche in questo caso la Corte dei conti, in appello, ha assolto integralmente gli amministratori, riconoscendo che il debito dell’ente affondava le proprie radici già alla fine degli anni Ottanta e valorizzando gli interventi adottati dall’amministrazione Di Girolamo per contenerne gli effetti.

Il commento di Di Girolamo

«Quella che voglio rimarcare», osserva l’ex sindaco, «è la verità giudiziaria, che non coincide necessariamente con la verità politica né con quella storica. La prima riflette le differenze di valori e obiettivi tra le forze politiche; la seconda spetta agli studiosi. Ma entrambe non possono prescindere dalla verità giudiziaria, che ne costituisce una componente essenziale». Anche in questa vicenda, che per durata ed esito richiama quella dell’ex presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini, si ripete un copione ormai fin troppo noto. La politica, troppo spesso sottomessa al volere delle Procure, abdica al proprio ruolo e sacrifica i propri amministratori ben prima che venga accertata la verità giudiziaria. Di Girolamo, come Marini, fu costretto a lasciare l’incarico conquistato con il voto popolare, a dimettersi dal proprio partito e venne progressivamente abbandonato dalla sua stessa comunità politica. Salvo poi, a processo concluso e assoluzione piena acquisita, ricevere qualche pacca sulla spalla e tardive attestazioni di stima. Resta però qualche domanda che nessuna sentenza può cancellare. Quali diritti degli elettori, privati del sindaco che avevano democraticamente scelto, sono stati rispettati? E come potrà essere risarcito un uomo che alla politica ha dedicato una vita e che, pur riconosciuto innocente in ogni sede, ha pagato un prezzo personale, istituzionale e umano che nessuna assoluzione potrà restituirgli integralmente?

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.