Il regime islamico iraniano cerca di cambiare il volto della bruciante sconfitta militare con bare, bandiere, lamentanze religiose, folle organizzate di truppe cammellate di mercenari sciiti fatti affluire da ogni angolo del Medio Oriente, dell’Asia e dell’Africa e con la narrazione del martirio. Presso la Moschea dell’imam Khomeini a Teheran la cerimonia funebre di Ali Khamenei e dei suoi familiari morti il 28 febbraio del 2026 durante un attacco missilistico israelo-americano si è svolta alla presenza dei rappresentanti dei peggiori detrattori dell’occidente provenienti da diversi paesi del mondo, tra cui Turkmenistan, Iraq, Cina Russia. Era presente anche il “presidente” georgiano Mikheil Kavlashvili che si conferma un nemico dell’Occidente con il suo “patto antiamericano” stipulato tra la Repubblica islamica e il suo partito, il Sogno Georgiano. Presenti anche esponenti del clero di diverse minoranze religiose.

I funerali di Khamenei sono più di una cerimonia di addio per un leader scomparso: sono il palcoscenico per la rappresentazione della propaganda e del potere gravemente ferito della Repubblica islamica. Non sappiamo se il corpo di Khamenei si trovi o meno nella bara; questa ambiguità è di per sé parte integrante del nuovo Stato della Repubblica islamica: un governo che nasconde la verità, manipola la morte e fa della mancanza di trasparenza un rituale politico. Quattro mesi dopo l’uccisione della guida suprema, il regime islamico ha messo in scena i suoi funerali con un farsesco spettacolo di lutto di Stato, rituali religiosi e dimostrazione di forza e di potere. La bara di Khamenei veicola un messaggio più che un cadavere: il regime vuole dimostrare di essere ancora in grado di organizzare eventi, mobilitare la popolazione nel tentativo di trasformare la bruciante umiliazione per la morte del suo dittatore nella narrazione della shahada, pilastro ideologico fondamentale che trasforma la morte in battaglia in uno strumento politico di resistenza e di legittimazione del potere.

La shahada è radicata nello sciismo; eleva chi muore per lo Stato a eroe sacro, la cui memoria viene mobilitata per mantenere unito il consenso interno anche col terrore diffuso in ogni angolo dei centri urbani del paese dai mercenari iracheni di Kata’ib Hezbollah, Harkat al-Nujaba, alleati al regime iraniano, di Sayyid al-Shuhada e le brigate Badr, quelle afghane Fatemiyoun e quelle Houthi yemenite, impiegate in prima linea per la brutale repressione. Decine di migliaia di iraniani poveri pagati con pezzo di pane per farli partecipare ai funerali dell’imam ucciso. I testimoni della fede indottrinati dalla propaganda della devozione al martirio dell’imam Husayn nella battaglia di Karbala; martirio utilizzato come modello eterno di resistenza contro l’oppressione, dal 1979 traslato nella retorica anti-occidentale e anti-israeliana.

Il leader carismatico del regime iraniano è stato eliminato al primo colpo sparato nella guerra scoppiata il 28 febbraio, colpito nel cuore della struttura di potere, insieme ai membri della sua famiglia. Durante la sua vita, Khamenei è stato il simbolo per eccellenza del potere illimitato nella Repubblica islamica; un leader che ha supervisionato decenni di repressione, esecuzioni, eliminazione del dissenso, controllo del corpo delle donne, manipolazione elettorale e violenza orrifica contro giovani manifestanti. Ma la sua morte, per come è avvenuta, ha infranto la sua immagine di invincibilità. Il leader che si considerava il comandante della resistenza e l’asse del potere regionale è stato colpito non sul campo di battaglia, ma in un momento di normale vita politica. Ecco perché la Repubblica islamica è costretta a riscrivere la scena della sua morte. Quel funerale ha inteso cancellare questa sconfitta dalla memoria collettiva e creare al suo posto una nuova visione: un leader martirizzato, una nazione in lutto, un nemico straniero e un esercito che si erge fiero dopo il colpo. Così il rituale religioso diventa uno strumento politico.

Nella cultura politica khomeinista, la morte serve agli interessi del potere, diventa “martirio” e Khamenei da leader repressivo viene santificato, vittima del nemico da espellere dal Medio Oriente e dal Mondo. Ma la stragrande maggioranza della popolazione iraniana non ha partecipato a questa scenografia perché non dimentica. Per milioni di iraniani, Khamenei è un nome legato al massacro di Aban, alla repressione del movimento “Donna, Vita, Libertà”, alle impiccagioni di giovani manifestanti, alle torture indicibili di oppositori, di minoranze e anche di minori, alla povertà diffusa, alle migrazioni forzate, alla corruzione strutturale, alla carenza di acqua, di cibo, di farmici, di assistenza sanitaria e alla trasformazione della vita quotidiana in un campo di battaglia. Il governo vuole coprire questa memoria con il suono delle lamentanze.

La Repubblica Islamica vuole fare di coloro che scendono in piazza un documento di lealtà, ma quella popolazione che ha partecipato ai funerali è lì per paura, per coercizione, perché pagata o per abitudine o per indifferenza. E decine di migliaia non sono cittadini iraniani, ma popolazione araba fatta affluire da diversi angoli del pianeta.