C’è una versione ufficiale dell’andamento dei negoziati tra Iran e Stati Uniti a Lucerna. E un’altra reale. Per la prima fa fede il comunicato congiunto diramato dalle parti ed è all’insegna della buona volontà. La delegazione americana, guidata dal vice presidente Vance e dagli inviati speciali Witkoff e Kushner, e quella iraniana – composta a sua volta dal presidente del Parlamento Ghalibaf e dal capo della diplomazia Araghchi – concordano nella creazione di una “cellula di coordinamento”, che si faccia carico di tutti i nodi da sciogliere per arrivare alla pace. Questi sono essenzialmente tre: nucleare, sanzioni e riapertura dello Stretto di Hormuz.

Sul primo punto, Teheran avrebbe già dato l’ok ad accogliere gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). La ripresa dei controlli è – secondo Vance – una «pietra miliare», per il popolo americano e per la smilitarizzazione del regime. Washington concede così alla dittatura un bonus dopo averle promesso, invece, di far tabula rasa del suo programma nucleare. Alleggerite a loro volta le sanzioni. Il dipartimento del Tesoro Usa ha emesso una licenza di 60 giorni per la vendita di greggio e prodotti petrolchimici iraniani, valida fino al 21 agosto. Questa è la grande novità. Nonostante le minacce di Trump e le due guerre – lo scorso marzo e a giugno 2025 – l’Iran torna parte attiva nel mercato internazionale degli idrocarburi.

La guerra in Libano fa da contrappeso agli impegni presi finora. Washington si è detta disponibile a inserirla nei negoziati. Non ha chiesto il parere di Israele, però. Lo Stato ebraico non può firmare un accordo che non lo vede soggetto attivo e non gli garantisce il disarmo definitivo di Hezbollah. «Israele è pronto a sabotare l’accordo», ha commentato il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, smascherando una tattica di fatto condivisa da tutti. Con un negoziato di 60 giorni, non si può dire a scatola chiusa che andrà tutto bene. In caso di intoppo, serve un capro espiatorio.

In realtà, la variabile indipendente si chiama Donald Trump. Ed è vero che in questo momento – con i mondiali di calcio giocati in Usa e le mid term election a novembre – il tycoon ha l’interesse politico a chiudere la partita. Ma chi può dire che non si faccia prendere dalla sua imprevedibile tendenza a minacciare e provocare? Mossa magari finalizzata a speculazioni economico-finanziarie. Dopo oltre 18 ore di conclave nel resort di Bürgenstock, i vertici delle delegazioni sono tornati a casa soddisfatti. C’è la conferma che i colloqui tecnici andranno avanti. Nel frattempo oggi, il presidente iraniano Pezeshkian è atteso in visita in Pakistan. È la conferma che i negoziatori, qatarioti e pakistani appunto, stanno più dalla parte iraniana, invece che nel mezzo, a fare da arbitro. Lo si era già visto domenica, con la differente accoglienza che pakistani e qatarioti hanno riservato ai delegati iraniani rispetto alla vera propria umiliazione sbattuta in faccia al vice presidente Usa.

Ma questo stand by ottimistico è smontato da chi sta sul campo. «La situazione in mare cambia di ora in ora. Alle 13 (di ieri per chi legge), da Hormuz non stava passando nessuno, adesso sembrerebbero esserci 32 navi in transito». Gian Enzo Duci, docente di Ship Management all’Università di Genova, aggiorna in tempo reale le piattaforme per il controllo delle rotte navali internazionali. «Il world risk premium è sceso. In mattinata aveva aperto al 2%, per salire all’8%. Adesso lo danno al 3,8%». È una fluttuazione che nasce dalla cautela su come proseguiranno i colloqui.

«Il blocco di Hormuz non sarà permanente, ma ha già portato a rilevanti effetti sulla catena di fornitura e messo in discussione i modelli di sviluppo dei Paesi del Golfo». Osserva a sua volta un operatore finanziario che preferisce restare anonimo. Deluso chi si era rimesso nelle mani di Trump per assistere al crollo regime degli Ayatollah. «La nostra lotta continua, con l’obiettivo che il regime collassi dall’interno. Il popolo iraniano certo non molla adesso», dice Mariofilippo Brambilla di Carpiano, componente del Team del Principe Reza Pahlavi per i rapporti istituzionali con l’Italia. «D’altra parte questi negoziati non ci facilitano. Con la dittatura non si può trattare. Teheran non intende arrivare a niente. Ne fa le spese la gente comune, vittima delle violenze, delle persecuzioni e di un’economia allo sbando».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).