Il summit in Svizzera è andato bene. Questo è il pensiero del vicepresidente americano JD Vance ma anche del capo negoziatore iraniano, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. I due sono ripartiti dall’Europa con l’idea di proseguire i contatti e di istituire una serie di gruppi tecnici che dovranno discutere dei dettagli per l’intesa finale. Ma sono proprio questi dettagli (che tali in realtà non sono) a poter diventare scogli pericolosi sulla rotta della pace. Perché sul controllo dello Stretto di Hormuz, sulle ispezioni ai siti nucleari da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e sullo sblocco degli asset congelati all’estero, restano delle divergenze. E questo, senza contare l’irrisolta questione Libano, dal cui sud Israele non vuole ritirarsi fino alla completa messa in sicurezza del confine e la sconfitta di Hezbollah.

Sull’Aiea, Teheran ha raffreddato l’ottimismo di Donald Trump e del suo vice. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, è stato lapidario. “Non abbiamo avuto alcun incontro con il direttore dell’agenzia e non prevediamo che l’agenzia ispezioni gli impianti nucleari iraniani bombardati”, ha dichiarato. Lo stesso Baghaei, subito dopo il summit svizzero, aveva precisato che la Repubblica islamica non si era assunta alcun nuovo impegno sul nucleare rispetto a quelli già previsti dal diritto interno e internazionale. E queste dichiarazioni hanno suscitato l’immediata reazione di Trump, che ha promesso che questo negoziato avrebbe risolto definitivamente il dossier atomico, assicurando così i repubblicani, gli oppositori democratici ma soprattutto le preoccupazioni di Benjamin Netanyahu. “L’Iran ha pienamente e completamente accettato ispezioni nucleari di altissimo livello per un lungo periodo di tempo (infinito!!!)”, ha scritto The Donald sul social Truth, “questo garantirà ‘onestà nucleare’”. “Se non avessero accettato, non ci sarebbero stati ulteriori negoziati! Sulla base di ciò e di altre importanti concessioni fatte dall’Iran, ho acconsentito a lasciare aperto lo Stretto di Hormuz, senza ulteriore blocco navale”, ha poi proseguito il capo della Casa Bianca, “tuttavia, tutte le navi rimarranno in posizione qualora fosse necessario reintrodurre il blocco, il che, a questo punto, sembra altamente improbabile”.

La differenza tra i due punti di vista riguardo all’intesa raggiunta sulle rive del lago di Lucerna non è relativa. Ma del resto, non è nemmeno l’unica. Sul controllo di Hormuz, Teheran e Washington non sembrano andare propriamente nella stessa direzione. E lo conferma il fatto che Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi sono volati in Oman per discutere con il governo di Mascate la gestione del traffico navale. Mentre il segretario di Stato Marco Rubio ha iniziato il suo tour nel Golfo Persico tra Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein. I Paesi più colpiti dalle ritorsioni missilistiche iraniane e i più preoccupati dal nuovo eventuale status quo di Hormuz.

Resta, infine, il tema degli asset e dei beni iraniani congelati all’estero. Stati Uniti e Iran hanno trovato l’intesa per sbloccare 12 miliardi di dollari di fondi congelati. E questo lo ha confermato lo stesso Ghalibaf. Il governatore della Banca centrale iraniana, Abdolnasser Hemmati, ha però contraddetto Vance, il quale aveva annunciato che Teheran avrebbe acquistato con quei soldi solo prodotti agricoli dagli Stati Uniti. Hemmati ha solo specificato che la prima tranche di 6 miliardi di dollari sarebbe stata utilizzata, come da accordi, per beni di prima necessità e medicinali. Mentre la seconda tranche di 6 miliardi di dollari, come il resto dei fondi, non avrebbe avuto alcuna limitazione. Sul punto è stato chiaro anche l’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite a Ginevra, Ali Bahraini.L’Iran è l’unico a decidere il destino degli asset che verranno sbloccati”, ha detto il rappresentante di Teheran, e “nessun altro Paese o entità avrà voce in capitolo su come questi beni saranno utilizzati”. Un’autonomia che per la Repubblica islamica è fondamentale, dal momento che nel mondo il valore dei suoi asset congelati raggiunge probabilmente i cento miliardi di dollari. Secondo gli esperti, l’ammontare dei beni iraniani bloccati all’estero equivale a circa un quarto del Pil del Paese. E per alcuni analisti, quegli asset rappresenterebbero più del doppio di quanto incassa l’Iran in un solo anno per la vendita di idrocarburi (in condizioni di flussi normali pre-guerra e con le sanzioni).