Quando la strategia lascia il posto alla paranoia
Scontro tra Trump e Meloni, il paradosso di The Donald diventato alleato del campo largo…
C’è un momento nella parabola di molti leader carismatici in cui il confine tra nemici e alleati scompare e la strategia lascia il posto alla paranoia. Donald Trump sembra esservi entrato pienamente. L’attacco a Giorgia Meloni non è soltanto l’ennesima polemica personale. È il sintomo di una trasformazione più profonda. Chi fino a ieri rappresentava uno dei suoi interlocutori più affidabili in Europa viene improvvisamente trattato come un avversario. Non importa la lealtà dimostrata in passato. Anzi, nella logica del leader che vive ogni dissenso come un tradimento, la fedeltà finisce quasi per diventare una colpa.
Meloni, piaccia o meno, aveva investito molto nel rapporto con Trump. Spesso era stata criticata persino all’interno del suo stesso campo per aver mantenuto un atteggiamento considerato troppo accomodante nei confronti del Presidente americano, anche quando questi assumeva posizioni giudicate eccessivamente indulgenti verso alcuni dei principali avversari strategici dell’Occidente. Aveva scelto il dialogo anziché lo scontro, convinta che un canale privilegiato con Washington fosse nell’interesse italiano. In cambio riceve oggi sospetti, accuse e delegittimazione. La storia offre molti esempi di questa dinamica. La personalizzazione estrema del potere, l’incapacità di riconoscere i propri errori e il bisogno continuo di individuare nuovi bersagli su cui scaricare le responsabilità o usare come distrazione. Ogni volta che la realtà mette in discussione la narrazione del leader, compare immediatamente un nuovo conflitto personale capace di monopolizzare il dibattito pubblico. È diventato il vero metodo politico di Trump. Anziché discutere degli errori madornali commessi nella gestione della crisi iraniana, delle aspettative disattese, della confusione strategica che ha caratterizzato l’intera vicenda o delle conseguenze per la credibilità americana, il dibattito si concentra sull’ennesimo scontro personale. La politica estera lascia il posto allo spettacolo. Le conseguenze, però, sono tutt’altro che teatrali.
Il popolo iraniano, che aveva sperato in un sostegno più deciso dell’Occidente contro il regime degli ayatollah, assiste all’ennesima occasione perduta. Israele vede affievolirsi la prevedibilità del proprio principale alleato strategico. L’economia mondiale e l’intero sistema delle alleanze occidentali escono gravemente indebolite. Insomma, un vero e proprio disastro. Eppure una parte consistente dell’elettorato trumpiano continua a giustificare qualsiasi decisione. Per anni Donald Trump è stato il simbolo assoluto di tutto ciò che la sinistra italiana dichiarava di combattere. Oggi, dopo aver attaccato Giorgia Meloni, rischia di diventare quasi un alleato di circostanza. Non perché sia cambiato lui, ma perché ha colpito l’avversario politico giusto. Parallelamente, negli Stati Uniti, una parte della sinistra democratica guarda con crescente rispetto proprio a Giorgia Meloni, vista come un leader disposto a prendere le distanze dalle intemperanze del Presidente americano. È uno scambio di ruoli che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrato impensabile: Trump applaudito da una parte della sinistra italiana e Meloni rivalutata da una parte della sinistra americana. Questo dimostra quanto il tifo abbia ormai sostituito l’analisi.
Criticare oggi Trump non significa sostenere che tutto ciò che abbia fatto sia stato sbagliato. Sarebbe un errore altrettanto ideologico. Durante la sua presidenza ha avuto intuizioni corrette: ha costretto gli alleati europei a prendere più sul serio la difesa comune, ha posto con forza il tema della competizione economica con la Cina e ha denunciato inefficienze reali dell’apparato federale americano. Riconoscerlo non impedisce di osservare che oggi il suo comportamento appare sempre più dominato dall’impulsività, dalla ricerca dello scontro permanente e da una crescente incapacità di distinguere gli interessi strategici dalle esigenze della propria comunicazione politica. Che sia demenza, narcisismo, o semplice convenienza poco importa.
Ma il problema non è soltanto Trump. È un dibattito pubblico che sembra aver perso la capacità di formulare giudizi equilibrati. Da una parte c’è chi considera ogni sua decisione geniale per definizione; dall’altra chi ritiene automaticamente sbagliata qualsiasi cosa faccia. In entrambi i casi scompare l’unica qualità indispensabile in una democrazia liberale: lo spirito critico. Le grandi potenze raramente iniziano a declinare perché i loro avversari diventano improvvisamente più forti. Più spesso si indeboliscono all’interno e quando smettono di riconoscere chi sono i loro veri amici. Ed è proprio questa la lezione della storia che Donald Trump sembra, oggi più che mai, deciso a ricordarci.
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