Il tifo per la “legittima resistenza”
L’oppio ideologico e l’anti-imperialismo selettivo, la distorsione della sinistra mondiale: severa con Israele, indulgente con il regime iraniano
Non sappiamo ancora cosa accadrà nei negoziati con l’Iran annunciati da Trump, ma una cosa appare già chiara: se l’accordo dovesse rivelarsi sfavorevole a Israele e all’Occidente, una parte della sinistra occidentale gioirà, convergendo paradossalmente con le istanze più radicali dell’America MAGA. Eppure, tra febbraio e marzo 2026, Israele (insieme agli Stati Uniti) ha condotto una delle più vaste operazioni di decapitazione della leadership iraniana degli ultimi decenni: eliminati l’ayatollah Khamenei, il comandante dell’IRGC, il ministro della Difesa e decine di altri vertici militari e politici. Un colpo di tale portata sarebbe come se in Italia venissero eliminati in un’unica operazione il Presidente della Repubblica, il capo di un esercito parallelo fedele al regime, il ministro della Difesa e gran parte dell’alto comando e della classe dirigente.
L’Iran ha quindi subìto un colpo durissimo. Nonostante ciò, una parte della sinistra (con il New York Times in primis) ha continuato a minimizzare i danni o a inquadrare qualsiasi risposta di Teheran come “legittima resistenza” o addirittura come vittoria. Non si tratta di tutta la sinistra ma di una sua componente specifica, che applica al conflitto una cornice ideologica rigida e impermeabile ai fatti. Il meccanismo principale è la distorsione sistematica della visione del mondo. Da una parte Israele e l’Occidente, dall’altra chiunque si opponga a Israele, Iran incluso. In questo schema, la natura del regime di Teheran (teocrazia repressiva, sponsor di terrorismo regionale, con ambizioni nucleari) diventa secondaria rispetto al ruolo di “resistenza” che gli viene assegnato. A questo si aggiunge la centralità dell’antisionismo: criticare l’Iran o riconoscere la gravità dei colpi subiti nel 2026 rischierebbe di indebolire il fronte contro Israele. Ne deriva un doppio standard: ogni azione israeliana viene analizzata con rigore ossessivo (e antisemita), mentre le responsabilità iraniane (finanziamento di Hamas ed Hezbollah, missili su civili, repressione interna con migliaia di giovani trucidati) vengono relativizzate o taciute.
Questo meccanismo richiama ciò che Raymond Aron descriveva decenni fa, ma che risulta estremamente attuale nel saggio “L’oppio degli intellettuali”. L’inebriamento ideologico, per Aron, accade quando una parte degli intellettuali applica un metro morale asimmetrico, giudicando con severità le democrazie occidentali e con indulgenza o silenzio complice i regimi che si presentano come nemici dell’imperialismo, anche quando opprimono i propri popoli e sponsorizzano il terrorismo. Il bersaglio principale del saggio (1955) erano gli intellettuali francesi come Jean-Paul Sartre, che applicava standard morali asimmetrici verso l’URSS. Ma lo stesso schema si ritrova oggi in molti intellettuali americani come l’idolatrato Noam Chomsky, che concentrano la critica quasi esclusivamente sugli Stati Uniti e su Israele, mentre tendono a minimizzare o a contestualizzare le responsabilità del regime iraniano e dei suoi proxy. Si tratta anche di una forma aggiornata di “divisione dei campi”: imperialista contro anti-imperialista. L’Iran finisce nel secondo campo non per i suoi valori o per il suo rispetto dei diritti, ma semplicemente perché è nemico dell’avversario principale. Questa convergenza, a volte definita “rosso-verde”, unisce una parte della sinistra marxista all’islamismo politico contro il comune nemico americano-israeliano.
Il risultato è una distorsione profonda della realtà. L’Iran non è un movimento di liberazione, ma un regime teocratico che ha tradito in modo tragico le speranze di chi, nel 1979, salutò la rivoluzione contro lo Shah come una vittoria anti-imperialista. Pochi anni dopo, lo stesso regime clericale massacrava le sinistre iraniane e instaurava l’oppressione sistematica delle minoranze e soprattutto delle donne che passarono dalla minigonna al velo obbligatorio. Oggi lo schema si ripete: le proteste “Woman, Life, Freedom” del 2022-2023, uno dei più autentici e coraggiosi moti popolari per i diritti degli ultimi decenni, vengono minimizzate o ignorate da chi preferisce inquadrare Teheran esclusivamente come “resistenza” anti-israeliana. “Vincere” per il regime di Teheran significherebbe la sopravvivenza del sistema clericale e la prosecuzione della minaccia verso Israele e la regione, non un avanzamento dei diritti o della libertà. Una lettura onesta e con valori condivisi occidentali dovrebbe partire da altri criteri: valutazione realistica delle minacce, coerenza sui diritti umani, opposizione netta alle teocrazie e al terrorismo. Invece di dividere il mondo in campi morali precostituiti, si tratterebbe di giudicare gli attori per ciò che sono e per ciò che fanno. Solo così si può evitare che l’ideologia prevalga sui fatti e che l’oppio degli intellettuali di oggi riproduca gli errori tragici del passato.
Purtroppo una parte dell’intellighenzia continua a rifiutarsi di fare i conti con la storia, e continua a diffondere le sue idee tossiche nelle università e nella cultura. Rimasta prigioniera dell’oppio ideologico, preserva il comodo schema di “resistenza anti-imperialista” piuttosto che guardare in faccia la natura teocratica e repressiva del regime iraniano, anche quando le prove si accumulano da decenni sotto gli occhi di tutti.
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