Politica
Il campo largo senza il centro è destinato a fallire nel 2027
Lo sappiamo da sempre perché è una costante storica della politica italiana. E il recente voto amministrativo lo ha confermato in modo persino plateale. Detta in termini semplici, il vecchio slogan democristiano conserva una straordinaria modernità e attualità. Ovvero, si continua a “vincere al centro” e, soprattutto, si continua a “governare dal centro”. Due semplici e comprensibili concetti che portano a una precisa conclusione politica e organizzativa. E cioè, senza una presenza politica visibilmente e credibilmente centrista, riformista e moderata, la coalizione di riferimento è destinata ad andare incontro a cocenti sconfitte. Una regola che era quasi statutariamente presente nella lunga e feconda Prima Repubblica a cui, però, la presenza della Democrazia Cristiana era una risposta precisa perché rappresentava una garanzia politica per eccellenza. E anche nella cosiddetta Seconda Repubblica questa regola non è mai passata di moda, al punto che – pur partendo da posizioni populiste o estremiste o massimaliste – “governare dal centro” è sempre stata la stella polare a cui riferirsi concretamente da parte dei vari partiti e i rispettivi schieramenti.
Per tornare all’oggi, è abbastanza evidente che entrambe le coalizioni maggioritarie non possono fare a meno di avere al proprio interno una credibile e robusta componente centrista, riformista e moderata se vogliono essere realmente competitive anche sul versante elettorale. E la controprova è ancora una volta arrivata dal voto amministrativo. Soprattutto per quanto riguarda la coalizione di centrosinistra. Al riguardo, al di là della retorica sul “campo largo”, forse è arrivato il momento per dire che il “frontismo” non può mai essere la prospettiva più credibile e più congeniale per una coalizione che vuole candidarsi a governare il Paese. E questo per una ragione molto semplice da spiegare. Il “frontismo” – categoria che è sempre stata molto cara e molto gettonata a sinistra anche se, come ovvio e scontato, si è evoluta e modernizzata nel corso degli anni – è la negazione di alcune categorie essenziali e decisive per poter declinare concretamente la cultura di governo. Perché il “frontismo”, molto semplicemente, spinge alla radicalizzazione del conflitto politico, alla polarizzazione ideologica e, di conseguenza, non accetta né la cultura della mediazione né tantomeno qualsiasi forma di composizione degli interessi contrapposti, di ricerca della sintesi, di conciliazione. Insomma, il “frontismo” è semplicemente e quasi ideologicamente alternativo rispetto a qualsivoglia forma di cultura di governo. E quando, malauguratamente, dovesse affermarsi alle elezioni, è quasi certo che governare diventerebbe un percorso tortuoso, difficile e irto di complicazioni.
Ecco perché l’attuale coalizione di sinistra, anche se il tema riguarda anche il centrodestra, può ritornare ad essere competitiva alle prossime elezioni solo se ci saranno realmente e visibilmente un centro riformista, democratico e di governo che si allea con una sinistra altrettanto riformista, democratica e di governo. Se così non sarà, il rischio concreto è che quella coalizione sarà una semplice e banale riedizione contemporanea del vecchio “frontismo”. Quello che abbiamo letto sulle elezioni del lontano 1948 e poi nel 1994 con Occhetto e che potrebbe ripresentarsi, seppur mutatis mutandis, anche in vista del voto del 2027. È bene saperlo per tempo per evitare spiacevoli sorprese.
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