Non è un’operazione di nostalgia, né un ritorno identitario. È, piuttosto, la presa d’atto che uno spazio politico è rimasto scoperto e chiede oggi di essere ricostruito. Il disegno va oltre i socialisti e ha come obiettivo un rassemblement di forze riformiste e liberal-democratiche, deluse da coloro che avevano issato la bandiera contro il bipopulismo e si sono poi disperse nella ricerca del Vello d’oro. Un processo determinato anche dal vuoto lasciato dal socialismo italiano, che è stato, di fatto, una diga riformista contro derive politiche ed elettorali involutive.

Le forze laiche e liberal-democratiche hanno progressivamente esaurito la loro spinta. Oggi quelle stesse aree cercano un nuovo sbocco politico, al di là della tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra. Il campo progressista resta incerto: non è chiaro se sarà guidato da Elly Schlein o da Giuseppe Conte, né se vi saranno primarie. Il quadro è fluido e attraversato da possibili colpi di scena. In queste condizioni, quali garanzie di governo può offrire agli italiani una coalizione così frammentata? Se l’opposizione è divisa, la maggioranza non è immune da difficoltà. Se Atene piange, Sparta non ride. Il governo Meloni mostra limiti evidenti: una linea riformista debole, una politica economica prudente ma senza visione, e una crescente distanza tra istituzioni e cittadini. Si è accentuata una verticalizzazione della politica, a scapito del Parlamento e della rappresentanza.

In questo quadro si inserisce un nodo decisivo: la riforma della legge elettorale. La presidente del Consiglio dovrà prestare la massima attenzione. Se non si approderà a un sistema proporzionale con sbarramento e con un premio di maggioranza coerente con i rilievi della Corte costituzionale, il rischio concreto è quello del pareggio tra i poli e della conseguente “marmellata” del governissimo. Non è una questione tecnica, ma politica: riguarda la governabilità del Paese e la qualità della democrazia. Anche il recente referendum sulla magistratura, pur conclusosi con una sconfitta, segnala una domanda di partecipazione e cambiamento. Ma né la maggioranza né l’opposizione appaiono oggi in grado di interpretarla pienamente. Il campo progressista resta segnato da contraddizioni interne, tra populismo, giustizialismo e incertezze strategiche.

L’Italia non può restare ferma nell’Italietta e nel proprio provincialismo. Deve affrontare nodi strutturali — dalla questione meridionale alle diseguaglianze sociali, dall’immigrazione alla deindustrializzazione — insieme a una riforma profonda del welfare e del fisco. Serve una discontinuità netta: non adattamento, ma direzione; non gestione, ma visione. In un’Europa compressa tra tecnocrazia e finanza, l’Italia può contribuire a un cambio di paradigma, riportando la politica al centro. Allo stesso modo, di fronte a un Occidente indebolito, è necessario ricostruire una voce comune. È questa la sfida: un riformismo largo, forte e consapevole.