In un fine maggio assolato, le elezioni amministrative non sono andate allo stato maggiore del Nazareno come erano state pronosticate dopo la vittoria referendaria sulla riforma della magistratura. Impropriamente, il Partito Democratico si era appropriato di quel successo, immaginando che potesse trasformarsi automaticamente in consenso politico stabile. Ma i risultati del 25 maggio hanno raccontato altro. Venezia docet. Il gruppo dirigente democratico aveva cantato vittoria troppo presto, senza fare i conti con l’oste: l’elettorato. E, con una certa presunzione, aveva già messo mano agli organigrammi, come se il referendum avesse “incartato” i voti delle amministrative e persino quelli delle future politiche.

Il Campo largo soffre di sbalzi d’umore

Fatto sta che il cosiddetto “Campo largo” — formula coniata da Goffredo Bettini che, oltre a portare poca fortuna, fotografa male una sinistra ormai priva di identità — appare attraversato da continui sbalzi d’umore politici: dall’euforia al pessimismo nel giro di pochi giorni. Il principale handicap dell’opposizione è la mancanza di iniziativa politica. Emblematico il caso della legge elettorale proposta dalla maggioranza: invece di avanzare un proprio progetto e aprire un confronto nel Paese, l’opposizione sceglie la strada della contestazione fine a sé stessa. Ragion per cui, sulla riforma elettorale, non si comprendono fino in fondo le sue vere intenzioni. Nel frattempo, Giorgia Meloni va avanti come un treno, anche se non manca chi scommette che alla fine la riforma non riuscirà a vedere la luce. Dopo il voto di Venezia, sul quale erano state puntate tutte le fiches come al tavolo verde, l’ottimismo si è rapidamente trasformato nel più cupo disincanto.

Il Campo largo alla prova del nove

Resta poi il nodo politico dell’alleanza tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, che alle amministrative e alle regionali continua a mostrarsi fragile e claudicante, sorretta quasi esclusivamente dai voti dei Democratici. Alle elezioni politiche sarà la prova del nove: lì si capirà se il “Campo largo” rappresenti davvero un progetto politico credibile oppure soltanto una sommatoria elettorale costruita contro la destra. Come spesso accade nel Partito Democratico, però, le elezioni passano in cavalleria e non vengono mai analizzate seriamente negli organismi dirigenti. Possibile che il gruppo dirigente, con Elly Schlein in testa, non senta il bisogno di discutere davvero il significato politico del voto, lasciando le analisi alle interviste sui giornali, destinate a durare lo spazio di una giornata? Eppure i segnali sono evidenti. La borghesia urbana, quella che una volta la sinistra avrebbe definito “detentrice dei mezzi di produzione”, vota in larga misura Partito Democratico; mentre le periferie popolari, il lavoro povero e il disagio sociale e produttivo si spostano verso la destra. La Venezia lagunare sceglie il Campo largo, mentre Mestre e Porto Marghera, la terraferma operaia e produttiva, votano altrove.

Non è un fenomeno soltanto italiano. In tutto l’Occidente la sinistra vive una crisi profonda perché, inseguendo la destra sul suo stesso terreno, ha smarrito la propria ragione storica. Ha cercato la legittimazione nella finanza internazionale più che nel conflitto sociale; nei salotti della globalizzazione più che nelle fabbriche, nelle periferie e nei quartieri popolari. Ha preferito la City al quartiere Tamburi di Taranto, gomito a gomito con l’ex Ilva, simbolo di una deindustrializzazione gestita senza una visione strategica. Nel frattempo la società è cambiata, ma il Partito Democratico continua a utilizzare schemi novecenteschi per inseguire obiettivi ormai obsoleti. Non comprende che il lavoro è mutato, che il ceto medio si è impoverito e che le nuove povertà non trovano più rappresentanza politica. La sinistra parla il linguaggio delle élite urbane mentre perde il contatto con il popolo che storicamente l’aveva costruita.

La domanda, allora, è inevitabile: quo vadis, sinistra? Nel tentativo di apparire una forza rassicurante di governo, ha cambiato pelle fino a smarrire la propria missione originaria: la lotta contro le diseguaglianze e la difesa degli ultimi. Se non tornerà a comprendere la nuova questione sociale, il rischio è che le elezioni politiche del 2027 segnino non una semplice sconfitta elettorale, ma la definitiva irrilevanza storica di una sinistra incapace di interpretare il tempo presente.