La parata del 2 giugno non è mai soltanto una parata. È una manifestazione di italianità che ciascuno osserva e racconta declinando codici e linguaggi. Giorgia Meloni, per esempio, non rinuncia alla sua dose di influencing politico. Da sei giorni è diventata la leader politica più seguita in Europa: adesso ha 20.000 follower più di Emmanuel Macron. E una rielezione a dodici mesi. Nei video pubblicati sui social, accanto a pochi secondi di reparti in marcia, trovano spazio soprattutto le crocerossine, i sindaci, i vigili del fuoco. Perfino per Briciola, la mascotte dei Carabinieri. Bene le uniformi, certo. Ma il racconto delle emozioni funziona ancora meglio.

La scelta non sorprende. Gli italiani, dice un recente sondaggio, si fidano pienamente –  per oltre il 70% – delle Forze Armate. Ma si riconoscono soprattutto nelle divise che percepiscono come vicine e familiari. L’agente di Polizia che pattuglia le strade, il finanziere che combatte frodi ed evasione, i Carabinieri del Nas che controllano la sicurezza alimentare, i Forestali che tutelano il territorio, i reparti specializzati che proteggono il patrimonio artistico. Figure rassicuranti, di prossimità. Eppure c’è un equivoco che accompagna da anni il dibattito pubblico italiano. Quello di considerare le uniformi quasi esclusivamente nella loro dimensione civile e di apprezzarle soprattutto per i servizi che rendono alla collettività.

È una lettura comprensibile, ma parziale. Perché la Festa della Repubblica coincide ormai con la celebrazione delle Forze Armate. Ed è naturale che sia così: l’Italia è stata liberata anche dal nostro Esercito, dalla Marina, dall’Aeronautica. Che poi negli anni hanno ingaggiato al fianco degli Stati Uniti, nella Nato, una instancabile attività di contrasto al Patto di Varsavia. Per la democrazia liberale. Contro il terrorismo, per operazioni di democracy building. Con operazioni di polizia internazionale e di interposizione in tutti i quadranti, ma anche con il bombardamento diretto su Belgrado. E non va rimosso, non va rinnegato.

Perché la funzione essenziale delle Forze Armate non consiste nel presidiare una strada, controllare un ristorante. Ma rimane quella di garantire la sicurezza della comunità nazionale e contribuire alla difesa dei valori repubblicani. «La pace va conquistata», ha ricordato sul Riformista l’ex ministro della Difesa Arturo Parisi. La pace non è una condizione spontanea. È il risultato di equilibri, deterrenza, alleanze e capacità di difesa. Le democrazie europee che più avvertono la minaccia russa lo hanno compreso da tempo. Lo dimostrano i socialdemocratici al governo nei Paesi scandinavi. Lo conferma l’europeista Polonia. Lo ha ricordato anche Kaja Kallas, la Vicepresidente della Commissione europea, pubblicando la fotografia del figlio in uniforme e dichiarandosi orgogliosa della sua scelta. Per quella immagine è stata investita da una campagna denigratoria a social unificati. Come se fosse diventato imbarazzante riconoscere il valore di chi sceglie di servire il proprio Paese.

A osservare la parata dalla tribuna autorità si coglievano sensibilità diverse. Pier Ferdinando Casini è stato immortalato mentre recitava sottovoce l‘Inno di Mameli, quasi fosse un pater noster. Attorno a lui, molti seguivano la liturgia in silenzio. Tra i più preparati sul protocollo e sulle caratteristiche dei reparti c’era invece Pino Bicchielli, deputato di Forza Italia e componente della Commissione Difesa. Accanto a lui il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto. Poco più in là i ministri Matteo Piantedosi, Alessandro Giuli, Andrea Abodi e il vicepremier Antonio Tajani.

Ma la fotografia del 2 giugno racconta anche qualche assenza significativa. Mancano infatti all’appello la segretaria del Partito democratico Elly Schlein e il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Un’assenza che non passa inosservata e che alimenta inevitabilmente il dibattito politico a margine della cerimonia. Interpellato dai cronisti, il presidente del Senato Ignazio La Russa sceglie l’ironia. «Non ho visto capigruppo di opposizione, tranne quelli di Italia Viva», osserva. Poi aggiunge: «Io non chiedo mai dove sono. Sono altri che hanno la mania di chiedere dove sono gli altri». Certo, all’appello mancava anche il leader della Lega Matteo Salvini. Ma il Carroccio era ben rappresentato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Non tutti, però, considerano irrilevante il tema delle assenze. Osvaldo Napoli, esponente di Azione, sceglie toni ben più duri: «I rappresentanti di Putin in Italia, cioè Matteo Salvini e Giuseppe Conte, hanno scelto in coerenza con la loro posizione di disertare la sfilata del 2 giugno per celebrare l’ottantesimo anniversario della Repubblica. Sorprende, ma fino a un certo punto, che a loro si sia associata Elly Schlein. Nel complesso una figura meschina delle opposizioni radicali e del governo stesso, visto che una sua componente contesta apertamente la politica estera e di difesa». Schlein, dal canto suo, ha comunque celebrato la ricorrenza con un messaggio diffuso sui social e agli organi di stampa. «È il giorno in cui l’Italia, ottant’anni fa, scelse di aprire una pagina nuova della sua storia, dopo gli orrori della guerra, del fascismo e della negazione delle libertà fondamentali».

Anche per questo il 2 giugno non rappresenta soltanto una celebrazione della Repubblica. È il giorno in cui uno Stato mostra ai propri cittadini gli strumenti attraverso i quali tutela la propria libertà. Non tutti, naturalmente, la pensano così. «In un’epoca pericolosamente segnata da riarmo, militarismo e guerre sempre più vicine, servirebbe il coraggio di compiere una scelta forte e controcorrente: abolire la parata militare del 2 giugno e restituire alla Festa della Repubblica il suo originario carattere civile, popolare e democratico», ha scritto su X l’europarlamentare Ilaria Salis. Una posizione che finisce per riproporre la domanda che accompagna l’Europa dall’inizio della guerra in Ucraina: se la pace debba essere semplicemente celebrata o, come sostiene Arturo Parisi, conquistata e difesa ogni giorno.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.