L'intervista
Intervista a Stefano Ceccanti: “Coalizioni in confusione, nella legge elettorale serve il secondo turno”
Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex senatore del Partito democratico, analizza lo Stabilicum, difende il ballottaggio nazionale e mette in guardia dalle coalizioni eterogenee e dalle spinte estremiste del sistema politico.
Professore, lo «Stabilicum» ipotizzato prevede un premio al 42 per cento, un tetto del 55 per cento dei seggi e, nella versione attuale, nessun ballottaggio. È un equilibrio costituzionalmente solido o un compromesso politicamente contraddittorio?
«Il punto non è costituzionale, perché la Corte, nella sentenza sull’Italicum, ha ammesso chiaramente che con il 40 per cento dei voti si possa ottenere il 55 per cento dei seggi. Il problema è politico. Se si vuole una competizione centripeta, che riduca il peso delle ali estreme, bisogna adottare un quorum alto per il primo turno, analogo a quello previsto nei comuni, e quindi il ballottaggio, come abbiamo sottolineato nella lettera-appello promossa da Magna Carta e Libertà Eguale, con molte significative adesioni bipartisan».
Nella lettera aperta da lei promossa chiedete il ballottaggio nazionale qualora nessuna coalizione conquisti al primo turno la maggioranza assoluta dei seggi. Perché sarebbe preferibile a un premio attribuito direttamente alla coalizione più votata?
«Il premio assegnato in un unico turno espone alla tentazione di costruire coalizioni eterogenee, adatte a vincere ma non a governare, inglobando anche le forze estreme. Con il doppio turno, invece, si possono mantenere maggioranze omogenee e ottenere direttamente i voti degli elettori dei partiti non schierati nelle coalizioni maggiori, senza doversi alleare con essi. È lo schema dei comuni medio-grandi».
Quali sono i limiti precisi posti dalla Corte costituzionale? Un premio che trasformasse il 42 per cento dei voti nel 55 per cento dei seggi sarebbe ragionevole oppure rischierebbe comunque di alterare eccessivamente la rappresentanza?
«Per un sistema a turno unico la Corte ha già stabilito che sarebbe sufficiente il 40 per cento. Posto che noi preferiamo il ballottaggio, non capisco perché, scegliendo il turno unico, si voglia alzare la soglia al 42 per cento. In questo modo aumenta la tentazione di inserire gli estremisti nelle coalizioni pur di evitare il pareggio. Tanto varrebbe mantenere la soglia al 40 per cento».
Il ballottaggio consentirebbe alle forze politiche di presentarsi autonomamente al primo turno, evitando coalizioni costruite soltanto per vincere. Ma non rischierebbe di produrre accordi ancora più opportunistici tra il primo e il secondo voto?
«Infatti va evitata la possibilità di ulteriori apparentamenti, come già motivò la Commissione degli esperti istituita dal governo Letta. Per rispettare i paletti fissati dalla giurisprudenza costituzionale sul ballottaggio, si può prevedere un vincolo di rappresentatività per entrambe le coalizioni, per esempio il 38 per cento. Oppure, qualora la seconda coalizione non raggiungesse quella soglia perché troppo distante, si potrebbe far scattare comunque il premio al superamento di una determinata percentuale».
Lei sostiene che il turno unico possa spingere il centrodestra a inseguire Vannacci e il centrosinistra a dipendere dall’asse Schlein-Conte. Il doppio turno riuscirebbe davvero a isolare le componenti estreme o finirebbe per renderle decisive nella contrattazione per il ballottaggio?
«Considerato che nel panorama delle forze estreme sembra profilarsi anche una lista guidata da Alessandro Di Battista, va ricordato che i doppi turni, tenendo conto delle seconde scelte degli elettori, sono da sempre considerati gli strumenti più efficaci per deradicalizzare la competizione».
Centrodestra e centrosinistra stanno cercando una legge capace di stabilizzare il sistema oppure, ancora una volta, tentano di costruire regole elettorali funzionali alle convenienze del momento?
«A me sembra che entrambe le coalizioni siano in confusione. La maggioranza non vuole allearsi con Vannacci, ma allora dovrebbe introdurre il ballottaggio. L’opposizione, invece, aspetta di conoscere la legge elettorale per indire le primarie, che dovrebbe svolgere comunque».
Il cosiddetto bipopulismo si può sconfiggere attraverso una diversa architettura elettorale oppure il ballottaggio rischia di accentuare la polarizzazione, trasformando il secondo turno in un voto contro l’avversario?
«Il fatto che le seconde scelte degli elettori spingano a scegliere il male minore, o il bene possibile, è una risorsa, perché polarizza il sistema contro le minoranze più estreme. In questo caso polarizzare è il contrario di estremizzare».
In prospettiva, il centro riformista potrebbe uscire rafforzato dal ballottaggio, diventando decisivo tra i due turni, oppure sarebbe schiacciato dal voto utile? Quali condizioni politiche ed elettorali gli permetterebbero di diventare un’alternativa autonoma e non soltanto una riserva di voti per le due coalizioni maggiori?
«Il centro riformista autonomo è un’illusione minoritaria, che sottrae forze preziose alle coalizioni maggiori e contribuisce a renderle più estreme. È una tentazione dannosa e controproducente rispetto ai giusti obiettivi politici, dall’Europa al sostegno all’Ucraina».
© Riproduzione riservata







