La discussione e i recenti sviluppi attorno all’ennesimo tentativo di riforma elettorale – la quinta pensata in questi decenni – confermano un copione già visto, fondato su una grande contrapposizione di facciata che ha ben poco a che fare con una scelta trasparente o con la reale volontà di restituire ai cittadini il potere di scelta. L’emendamento sulle preferenze bocciato dalla Camera ne è la prova lampante: si è cercato di far passare per un’apertura democratica quello che, nei fatti, era un meccanismo blindato e orientato. Con il capolista bloccato deciso dalle segreterie dei partiti e uno spazio residuale per preferenze vincolate, l’elettore non avrebbe avuto in mano una scelta libera, ma un perimetro ristretto e controllato dall’alto. Un vero e proprio inganno istituzionale mascherato da concessione partecipativa.

Democratizzare la vita interna dei partiti

Eppure, la partecipazione democratica sarebbe incentivata da un voto di preferenza libero e/o collegi uninominali ristretti, come quelli previsti dal Mattarellum. Quando il cittadino può scegliere nominalmente il proprio rappresentante senza filtri di partito o quando sa che il candidato risponde direttamente al proprio territorio, la politica torna a essere uno spazio di vicinanza e responsabilità. Ma c’è di più: preferenze e collegi uninominali rappresentano anche uno strumento importante per democratizzare la vita interna dei partiti e garantire un confronto più libero. Con un sistema di liste interamente bloccate dall’alto, infatti, le minoranze interne e le voci critiche vengono regolarmente emarginate dalle segreterie, mentre la possibilità di appellarsi direttamente agli elettori o al territorio restituisce autonomia e pluralismo ai movimenti politici. Ridurre tutto a un listino corto guidato significa invece spegnere quel legame di fiducia e soffocare il dibattito interno, svuotando il voto del suo significato più autentico e riducendo l’elettore a un mero spettatore di scelte calate dall’alto.

Le preferenze

Spesso si obietta che le preferenze possano generare degenerazioni o derive clientelari nel rapporto tra eletto ed elettore; tuttavia, si tratta di una argomentazione profondamente strumentale. Le patologie e le distorsioni possono verificarsi in qualsiasi sistema elettorale, declinandosi in forme diverse (dal controllo centralizzato delle nomine alla fedeltà di apparato), e non possono certo costituire il pretesto per comprimere o sopprimere il diritto costituzionale del cittadino a un’espressione di voto che deve rimanere la più libera possibile. Il mantra che accompagna sistematicamente queste riforme è la necessità di garantire “governi stabili” e di spingere i cittadini a decidere chi deve governare. Ma la realtà del provvedimento smentisce questa narrazione.

Maggioranza al 42%, ma senza ballottaggio: poi proporzionale

La legge punta a blindare una maggioranza legandola a una soglia rigida (il 42%), ma senza prevedere alcun turno di ballottaggio. Se quella soglia non viene raggiunta, salta tutto e si ripiega su un proporzionale puro, smascherando la contraddizione di un impianto che pretende la stabilità per decreto ma rifiuta il vaglio degli elettori. C’è chi agita lo spauracchio delle debolezze dei governi di breve durata, ma la storia repubblicana dimostra esattamente il contrario. Le riforme più grandi, incisive e strutturali che hanno cambiato il volto e la modernità del Paese – pensiamo allo Statuto dei Lavoratori (1970) che ha introdotto fondamentali garanzie di dignità e sicurezza, alla Legge sul Divorzio (1970) e alla Riforma del Diritto di Famiglia (1975) che hanno sradicato il codice patriarcale, o ancora all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (1978) che ha reso la salute un diritto universale – sono nate in piena Prima Repubblica, in un sistema rigorosamente proporzionale dove i governi duravano poco ma esprimevano una profonda visione politica e culturale. Al contrario, la ricerca spasmodica dell’uomo o della coalizione sola al comando attraverso marchingegni elettorali costruiti su misura non ha prodotto le grandi riforme attese dal Paese.

Marchingegni autoreferenziali per blindare i parlamentari

Questo cortocircuito spiega perfettamente perché l’elettore si sia progressivamente allontanato dalle urne. I cittadini hanno compreso che queste non sono riforme pensate per far crescere il Paese, per offrire opportunità ai giovani, ma marchingegni autoreferenziali. Ogni nuova legge elettorale figlia di questi tentativi finisce per rispondere unicamente a logiche di sopravvivenza politica: blindare le posizioni dei parlamentari uscenti, garantire il controllo delle segreterie sugli scranni e spartirsi i seggi attraverso listini bloccati e congegni di palazzo. Più che una riforma delle regole democratiche, l’ennesimo tentativo di conservare lo status quo.

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Nato a Brindisi nel '47. Avvocato. Deputato dal 1987 al 1996 X, XI, XII Legislatura. Sottosegretario di Stato per Il Ministero dei Lavori Pubblici dal 1996 al 2001. Gruppo Parlamentare PCI-PDS-Progressisti. Ha fatto parte delle Commissione parlamentare Giustizia di cui è stato Vicepresidente, Ambiente e Affari Costituzionali. E' stato componente della Commissione Antimafia e della Giunta per le autorizzazioni a procedere per tutta la durata del mandato. E’ stato protagonista della riforma degli appalti e del sistema di qualificazione. Da Aprile 2003 al 9 dicembre 2021 è stato Presidente della SAT – Società Autostrada Tirrenica. E’ autore del Manuale del Diritto dei Lavori Pubblici – Giuffrè Editore 2001.