«La pace è all’orizzonte», diceva ieri il primo ministro polacco, Donald Tusk, dopo l’ultima riunione da remoto con i leader europei sui negoziati di pace. D’altra parte, era sempre Tusk che, la sera prima, osservava quanto sia «chiaro che l’Occidente e l’Ucraina subiranno una sconfitta, se la Russia riuscirà a dividerci e a imporre le proprie condizioni di pace». È significativo come lo stesso leader sia in grado di vedere le cose con tanto ottimismo quanto pessimismo.

Gli accordi di Varsavia

Chi meglio di Varsavia, infatti, percepisce in Europa il pericolo russo? E chi più della Polonia, tra i Paesi Nato, si è impegnato ad aumentare le spese in Difesa e sicurezza, come desiderato da Trump? È sempre di ieri la conclusione dell’accordo tra il governo polacco e un consorzio di aziende composto dalle sudcoreane Hanwha Wb Advanced System e Hanwha Aerospace per la produzione di oltre 10mila missili Cgr-080 in territorio polacco. Varsavia mira ad avere una deterrenza missilistica degna del rango che sta acquisendo in sede Ue. Ovvero una potenza regionale, alla stregua di Germania, Francia, Italia e Spagna.

La posizione geografica ha ancora un valore

In questa guerra ibrida, fatta di cyber attack e disinformatia, la posizione geografica ha ancora un valore. La Polonia confina con Russia, Bielorussia e Ucraina. Due nazioni contro cui l’Occidente sta combattendo un conflitto «semifreddo» e un Paese, invece, che è un fronte di guerra a tutti gli effetti. Non è un caso che i sorvoli dei droni russi, iniziati a settembre, abbiano coinvolto per prima cosa i cieli polacchi. Putin ha voluto testare la capacità di reazione di Nato e Ue proprio dove un tempo il Cremlino godeva del pieno controllo territoriale. E quando si parla di Cremlino, non si intende solo quello sovietico.

Un incubo che affonda nei secoli

Per Varsavia, infatti, il pericolo russo non si limita alla guerra fredda, oppure alla drammatica spartizione decretata dal Patto Ribbentrop-Molotov. È un incubo che affonda nei secoli e che ha il sapore di tentata (fallita) colonizzazione del Paese. Non c’è Paese dell’ex Patto di Varsavia che sia stato, in passato, così tanto ferito dagli artigli dell’orso russo. Ed è forse per questo che il sovranismo polacco non ha ceduto il passo, come invece ha fatto Orbán, che si è dimostrato disposto a rivedere la storia e a concedere delle inesistenti vittorie, morali e politiche, al vecchio tiranno.

Gli interessi polacchi

No, la Polonia non potrà mai abbassarsi a tanto. Oggi, quando Varsavia alza la voce in Europa e sostiene a spada tratta la necessità di fornire la massima protezione a Kyiv, lo fa anche per suo interesse. Tusk teme che la prossima portata alla cena pantagruelica di Putin possa essere il suo Paese. Ieri, al meeting dei Volenterosi, consapevole dell’ennesimo buco nell’acqua, Tusk ha calcato la mano sui pochi punti concreti emersi dal meeting di Mar-a-Lago. La disponibilità Usa a dispiegare truppe al confine russo-ucraino, una revisione delle concessioni territoriali da parte di Kyiv, ma anche l’ingresso di quest’ultima nell’Unione europea sono tutti step irrinunciabili per la Polonia onde evitare lo scenario peggiore. Ovvero la sua fine e poi quella dell’Occidente.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).