Intesa con il premier iberico su Planas?
Fao, salvate il soldato Martina. Schlein sale sul carro di Sanchez e della sua ministra
Il premier socialista a Roma visita l’agenzia Onu per l’agricoltura e candida il suo ministro. Il Nazareno suona la grancassa per il “modello spagnolo” mentre nelle chat attacca Picierno
C’è una partita diplomatica che vale molto più di una semplice nomina internazionale. Al centro dello scontro c’è la Fao, la più importante agenzia Onu con sede nella Capitale, il cuore mondiale delle politiche agricole e alimentari.
Nel luglio 2027 i 193 Paesi membri delle Nazioni Unite saranno chiamati a eleggere il nuovo direttore generale dell’organizzazione. E il candidato italiano naturale è Maurizio Martina: già ministro dell’Agricoltura, ex segretario reggente del Pd e attuale vicedirettore generale della Fao. Una figura conosciuta dentro l’organizzazione, forte di un profilo internazionale consolidato e di una rete diplomatica costruita in anni di lavoro sul campo. La sua candidatura sembrava destinata a una corsa relativamente lineare. E invece è diventata terreno di scontro europeo. Il principale ostacolo si chiama Luis Planas, ministro dell’Agricoltura del governo spagnolo di Pedro Sánchez. Un nome pesante, sostenuto direttamente da Madrid, che punta a rafforzare ulteriormente la presenza socialista spagnola nei vertici multilaterali. Sullo sfondo resta anche la candidatura dell’irlandese Phil Hogan, già commissario europeo all’Agricoltura.
Ma la vera partita si gioca tra Roma e Madrid. Il governo italiano non ha preso affatto bene la decisione spagnola di non fare un passo indietro. Francesco Lollobrigida ha scritto una lettera alla presidente di turno Ue per l’Agricoltura, la cipriota Maria Panayiotou, lamentando il tentativo spagnolo di costruire una sorta di «egemonia alimentare» europea. Secondo il ministro, sarebbe «impraticabile» qualsiasi soluzione che non tenga conto di un equilibrio tra le grandi famiglie europee e tra gli Stati membri. Il timore italiano è che Sánchez voglia concentrare nelle mani spagnole tutte le principali agenzie internazionali legate al settore agricolo e alimentare. Perché oltre alla Fao, nel febbraio 2027 si voterà anche per la guida dell’Ifad, il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, dove il favorito è un altro spagnolo, l’economista Alvario Lario. E nei corridoi diplomatici circola persino l’ipotesi che Madrid possa tentare di mettere un proprio uomo anche al vertice del World Food Programme.
Roma, invece, prova a costruire una coalizione ampia attorno a Martina. L’Italia punta sull’appoggio degli Stati africani coinvolti nel Piano Mattei e guarda con attenzione anche agli Stati Uniti. La questione sarebbe stata affrontata perfino durante il recente incontro tra Antonio Tajani e il segretario di Stato americano Marco Rubio. Mentre il governo Meloni, Tajani e Fratelli d’Italia lavorano apertamente per sostenere un ex segretario del Pd, proprio il Partito democratico appare esitante, freddo, quasi imbarazzato. Elly Schlein ha assicurato genericamente che il partito sta facendo la sua parte nelle interlocuzioni europee, ma il sostegno pubblico al nome di Martina resta debolissimo. Eppure Martina non è un tecnico estraneo alla storia democratica. È stato reggente del partito nel passaggio più delicato del post-Renzi. È una figura cresciuta dentro il riformismo di governo. E soprattutto rappresenta una candidatura italiana autorevole in uno dei principali snodi multilaterali mondiali. Il paradosso diventa ancora più evidente guardando alla postura internazionale della segretaria dem.
Due giorni fa Schlein ha incontrato Pedro Sánchez a Roma, rilanciando ancora una volta il cosiddetto “modello spagnolo” come riferimento della nuova sinistra europea. Ma il premier socialista attraversa probabilmente il momento più difficile della sua esperienza politica: scandali giudiziari, inchieste che lambiscono il Psoe, tensioni interne, disoccupazione crescente, difficoltà parlamentari e un progressivo logoramento della leadership socialista. Eppure al Nazareno il leader spagnolo continua a essere evocato come esempio politico, quasi come un modello identitario da imitare. Dentro il Pd il clima è tesissimo. Una fonte democratica che chiede l’anonimato parla apertamente di chat dedicate ad attaccare Pina Picierno. «In alcune organizzano vere e proprie spedizioni punitive contro Pina», racconta la fonte. Ed è forse questo il punto più rivelatore dell’intera vicenda. Perché Picierno è oggi una delle pochissime figure del centrosinistra italiano che difende apertamente le candidature italiane nei posti di vertice internazionali e il peso geopolitico del Paese dentro le istituzioni europee.
È una delle rare dirigenti dem che continua a ragionare in termini di interesse nazionale, al di là delle appartenenze correntizie. Eppure è proprio lei a diventare bersaglio interno. Il sospetto che circola nell’area riformista del Pd è che qualsiasi posizione autonoma venga ormai vissuta come una forma di dissidenza politica. E così il risultato finale appare quasi grottesco: la destra sostiene Martina mentre il suo Pd resta silenzioso per non incrinare il mito del leader socialista spagnolo. E chi difende apertamente il ruolo internazionale dell’Italia viene isolato dentro il partito.
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