Alla fine il regalo più grande a Giorgia Meloni non lo ha fatto l’opposizione, ma Donald Trump. Lo scontro tra la presidente del Consiglio e il tycoon ha prodotto un effetto politico inatteso: ha consentito a Meloni di assumere il profilo della leader istituzionale attaccata dall’esterno e difesa anche da una parte degli avversari. Passata la vicenda, però, il centrosinistra è tornato immediatamente a confrontarsi con il suo problema più grande: i centri.

Oggi ne esistono almeno due: c’è il centro del campo largo, quello che dovrebbe stare dentro una futura coalizione alternativa alla destra e poi c’è il Centro come spazio politico autonomo, quello dei partiti centristi, delle nuove aggregazioni civiche e delle forze che non intendono necessariamente sciogliersi dentro una coalizione guidata dal Pd o dai Cinque Stelle. Sono due realtà diverse, eppure il campo largo continua a trattarle come se fossero la stessa cosa. E gran parte delle difficoltà sembra nascere da questa confusione. Mentre Elly Schlein pare aver compreso che senza una componente moderata e riformista il centrosinistra difficilmente potrebbe ambire a diventare maggioranza, Giuseppe Conte continua a muoversi in direzione diversa.

Il veto su Matteo Renzi è diventato uno degli elementi fondanti della sua strategia politica e non è soltanto una questione personale, è una scelta identitaria. Renzi rappresenta tutto ciò che il leader pentastellato non vuole che il Movimento diventi. Il problema è che, mentre chiude la porta a Renzi, Conte guarda contemporaneamente alle altre esperienze centriste e civiche. Il caso di Alessandro Onorato e del progetto Civico Italia è probabilmente il più evidente. Ed è qui che si innesca il cortocircuito. Se il problema fosse davvero il centro, allora Conte dovrebbe diffidare di qualsiasi operazione centrista. Se invece alcune formule centriste vanno bene e altre no, allora il problema non è il centro, ma chi lo rappresenta.

Il punto che il campo largo continua a non voler affrontare è che esistono due centri e il centrosinistra non ha ancora deciso come rapportarsi né con l’uno né con l’altro. Non sa se puntare a integrare il centro alla coalizione o se provare a sostituirlo con un centro più compatibile. Non sa se considerare i partiti centristi potenziali alleati oppure concorrenti. Non sa se allargare il perimetro o ridisegnarlo. Il risultato è un gigantesco processo di autosabotaggio. Perché mentre Schlein cerca di tenere aperti i canali con il mondo riformista, Conte continua a porre veti. Mentre una parte dell’opposizione prova a costruire ponti verso il centro, un’altra parte lavora per selezionare quali centristi siano accettabili e quali no. Mentre si sostiene che il centro sia indispensabile per battere Meloni, si continua a delegittimare chiunque provi a rappresentarlo. Così il campo largo finisce per combattere contemporaneamente due guerre: una contro il centrodestra e una intestina. E la seconda rischia di essere più distruttiva della prima. Il paradosso, quindi, sta nel fatto che il centro non sta distruggendo il campo largo. È il campo largo che sta distruggendo sé stesso nel tentativo di neutralizzare il centro. Lo corteggia e lo respinge, lo considera decisivo ma lo tratta come un problema. Lo cerca quando ha bisogno di vincere e lo attacca quando teme di doverne condividere il successo politico.

La vera contraddizione del campo largo non è la convivenza tra culture diverse: tutte le coalizioni convivono con differenze e tensioni. La contraddizione è che continua a dichiarare di voler conquistare il centro senza aver ancora deciso quale centro vuole conquistare. E soprattutto senza aver deciso se quel centro debba essere un alleato, un concorrente o un pezzo della propria identità. Finché questa ambiguità resterà irrisolta, il rischio non sarà soltanto quello di perdere il centro, ma di continuare a consumarlo e, oltre a quello, consumare anche sé stesso.