L’ultimo a scendere in campo è stato Pietro Tatarella: ex consigliere di Forza Italia, assolto dopo l’inchiesta «Mensa dei poveri», torna in politica proponendosi come candidato di Forza Italia e del centrodestra con uno slogan – «Non lasceremo indietro nessuno» – e una gentile stoccata generazionale a Maurizio Lupi, «il candidato degli anni passati». Ma il suo è soltanto l’ennesimo nome di una lista che si allunga di settimana in settimana.

Da Sardone a Cottarelli

A meno di un anno dall’uscita di scena obbligata di Beppe Sala, la corsa a Palazzo Marino è già un campo affollato dove a litigare non sono gli schieramenti contrapposti, ma le componenti interne a ciascuno di essi.
Nel centrodestra c’è una effervescenza che ha il sapore di una speranza. Quindici anni di amministrazioni progressiste, dalla vittoria di Pisapia sulla Moratti in poi, hanno lasciato il fronte moderato senza una classe dirigente cittadina riconoscibile, e oggi il vuoto si riempie di nomi. La Lega ha celebrato i suoi gazebo incoronando Silvia Sardone, seconda solo a Salvini; Ignazio La Russa spinge da tempo per Lupi; Forza Italia, dopo aver coltivato a lungo l’idea del civico puro, ha buttato in campo Carlo Cottarelli, gradito anche ad Azione.

I civici sempre di moda

Accanto ai politici si moltiplicano i profili civici: l’ex presidente di Assolombarda Alessandro Spada, l’imprenditore Antonio Civita, l’avvocato Antonino La Lumia, poi Giovanni Terzi. E in tutto questo movimento qualcuno pensa che potrebbe essere un centro di stabilità il ritorno di Letizia Moratti.
La Russa promette una sintesi entro luglio e archivia le primarie: «Credo che invece la condivisione valga di più». Per primo lo stesso Maurizio Lupi ha proposto un po’ di metodo, con un tavolo di lavoro tra coordinatori regionali.

Sotto la contesa dei nomi corre una incrinatura strategica. L’asse Forza Italia-Azione su Cottarelli punta a una coalizione larga, capace di attrarre i riformisti delusi dal Pd di Schlein; con varie sfumature, tutte le altre candidature riportano il dibattito nel perimetro del centrodestra. Sullo sfondo, l’inchiesta urbanistica che ha paralizzato la città e fatto metter da parte il nome di Regina De Albertis diventa arma retorica: Tatarella promette di non farsi «dettare l’agenda dalla Procura», cavalcando un risentimento che attraversa l’intero campo.

Centrosinistra favorito ma….

Specchio rovesciato, il centrosinistra vive l’imbarazzo opposto: quello di chi parte favorito e non sa decidere come. I sondaggi YouTrend assegnano a Pierfrancesco Majorino oltre il 54 per cento al primo turno, con il Pd primo partito e l’asse con Avs capace da solo di superare l’intero centrodestra. Eppure il capogruppo dem in Regione non scopre le carte – «vedremo, vedremo» – mentre Mario Calabresi, ex direttore di Repubblica oggi alla guida di Chora Media, resta il preferito dei centristi, che però lo accusano di «sonnecchiare». Sala ha aperto alle primarie, ma solo in assenza di un nome unitario; e la consultazione, se ci sarà, slitterà probabilmente a ridosso del voto.

A rompere l’attesa ci ha pensato lunedì Tommaso Goisis, trentaseienne esperto di politiche pubbliche, già collaboratore delle giunte Pisapia e Sala, fondatore dell’associazione Sai che puoi?: primo a candidarsi ufficialmente alle primarie, con una campagna costruita su casa, carovita e scuola pubblica. Dietro di lui si muovono la vicesindaca Anna Scavuzzo, l’assessore al bilancio Emmanuel Conte – oggi volto della nuova Civica Milano – e Lorenzo Pacini, ala sinistra del Pd; e se la strada delle primarie venisse abbandonata per un nome unitario, torna a circolare il profilo civico della rettrice del Politecnico Donatella Sciuto. Mentre il fronte riformista si sfalda, anche per il contagio delle posizioni nazionali. Azione attende e valuta, Italia Viva pure ma nel perimetro del campo largo, i liberaldemocratici stanno con Civita. I riformisti dem cercano un’identità che potrebbe proprio partire da Milano.

Due coalizioni, due tempi opposti: da un lato un’offerta di nomi così larga da somigliare a un casting ancora aperto, dall’altro la prudenza di chi, sicuro dei numeri, preferisce non fare passi falsi. Ma la partita non si gioca sull’anagrafe dei candidati: si gioca sull’agenda. Dopo le Olimpiadi, esaurita l’euforia della vetrina globale, Milano chiederà risposte su affitti, cantieri bloccati e periferie. Vincerà chi saprà tradurre il fermento di oggi in un progetto per il decennio.