Politica
Giorgia Meloni non dorme più sonni tranquilli. E Vannacci non è l’unico problema
Da quando Roberto Vannacci è sceso direttamente nell’agone politico con Futuro Nazionale, raccogliendo, per usare una sua espressione, «la feccia», Giorgia Meloni non dorme più sonni tranquilli. Una parte della responsabilità è di Matteo Salvini, che gli aprì le porte della Lega candidandolo alle elezioni europee, dove fu eletto con un largo consenso, fino a nominarlo vicesegretario del partito di via Bellerio. Davvero troppo.
L’ascesa di Vannacci
Il “generale dietro la collina” della Lega, però, non poteva rimanere a lungo nell’ombra. Dopo aver conquistato notorietà editoriale con la pubblicazione, nell’estate del 2023, de Il mondo al contrario, ha deciso di trasformare quella visibilità in un progetto politico autonomo. Il libro sosteneva che la società contemporanea fosse condizionata da minoranze capaci di imporre una nuova idea di normalità a scapito della maggioranza e dei valori tradizionali. Nulla di realmente nuovo, ma un messaggio che ha trovato un vasto pubblico in un Paese in cui prevale il “tradimento dei chierici” ed è privo di punti di riferimento, di grandi partiti e di una classe dirigente dotata di solide idee e cultura politica. Così quel volume è diventato un bestseller. A ben vedere, Vannacci ha sempre cercato di occupare il centro della scena pubblica, anche quando era ancora in servizio. Nelle missioni internazionali sostenne, ad esempio, la tesi dell’uranio impoverito in Iraq, entrando in rotta di collisione con le gerarchie militari, tra cui l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, oggi presidente del Comitato Militare della NATO. Anche con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, i rapporti non sono mai stati semplici. Più che il generale al servizio esclusivo delle istituzioni, appariva un ufficiale già impegnato nella costruzione di una propria immagine pubblica destinata, prima o poi, a sfociare nella politica.
Giorgia Meloni non dorme sonni tranquilli
Il suo ingresso nell’agone elettorale ha sconvolto gli equilibri del centrodestra. Per la prima volta Giorgia Meloni si trova un concorrente alla propria destra. Finora la presidente del Consiglio ha reagito sostenendo che Vannacci finirebbe per favorire la sinistra e, su temi come l’immigrazione, ha cercato persino di rivendicare una sorta di primogenitura politica. Ma inseguire il generale sul suo stesso terreno rischia di trasformarsi in un errore strategico, mentre i sondaggi continuano ad attribuirgli un consenso crescente. C’è poi un elemento internazionale tutt’altro che secondario. Pur essendo spesso descritto come vicino alle posizioni del Cremlino, Vannacci intrattiene rapporti significativi con l’area trumpiana. Non è un caso che, dopo le tensioni tra Donald Trump e Giorgia Meloni, una parte dell’entourage del presidente americano guardi con interesse alla sua figura.
La vera partita del governo
La vera partita, però, non si gioca su Vannacci, bensì sulla capacità del governo di affrontare i problemi del Paese. Le ambiguità in politica estera e interna finiscono sempre per presentare il conto. Lo zigzagare tra Trump e Ursula von der Leyen non ha rafforzato la credibilità dell’esecutivo, mentre sulle grandi riforme — autonomia differenziata, giustizia e premierato — il bilancio appare ben al di sotto delle aspettative. Anche sulla nuova legge elettorale la maggioranza continua a trasmettere un’immagine di improvvisazione.
Il nodo delle preferenze è ancora aperto e Vannacci, con abilità, si è schierato a favore della loro introduzione, sfidando la premier a non cambiare le regole del gioco. È difficile comprendere come, prima dell’approdo dei provvedimenti nelle Commissioni e poi in Aula, le forze di maggioranza non riescano a definire una posizione comune, affidandosi ogni volta soltanto alla forza dei numeri. La lezione politica è semplice.
Vannacci non è il problema principale della destra italiana
Vannacci non si batte rincorrendolo sui suoi slogan né trasformandolo in un martire. Si contrasta con il buon governo, con riforme credibili e con una visione capace di parlare anche all’elettorato moderato. Se Giorgia Meloni scegliesse di sfidarlo sul terreno del populismo identitario, rischierebbe di perdere proprio quella componente centrista che finora ha rappresentato uno dei punti di forza della sua leadership. In fondo, Vannacci non è il problema principale della destra italiana. È piuttosto il sintomo delle difficoltà della maggioranza. E, specularmente, beneficia anche delle debolezze di un Campo largo che continua a oscillare tra divisioni interne e vuoto progettuale. Quando la politica rinuncia a governare con autorevolezza, lascia inevitabilmente spazio a chi trasforma il malcontento in consenso.
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