Dal 1° luglio 2026 è in vigore la Legge cinese sulla Promozione dell’Unità e del Progresso Etnico. L’articolo 63 stabilisce che chiunque, ovunque nel mondo, può essere ritenuto legalmente responsabile per atti che “minano l’unità etnica” della Repubblica Popolare. Nessun requisito di cittadinanza, nessun requisito di presenza nel territorio cinese. L’Occidente ha risposto con indignazione. È la risposta sbagliata, non perché sia infondata, ma perché non serve a capire cosa sta accadendo.

Questa legge non è costruita per essere applicata. È costruita per produrre effetti prima di essere applicata. La vaghezza deliberata della definizione di “separatismo etnico” non è un difetto tecnico: è il meccanismo principale. Nel pensiero politico cinese classico, il principio del zhèngmíng, la rettificazione dei nomi, insegna che chi controlla le categorie del discorso controlla la realtà prima ancora che accada. Questa legge non punisce: ridefinisce il campo del dicibile a livello globale. Chi non sa dove si trova il confine tende a starne lontano per precauzione. Aziende stanno già rivalutando le politiche di due diligence sul lavoro forzato, accademici evitano certi temi, giornalisti modificano il perimetro delle proprie inchieste. Tutto prima che la legge venga applicata per la prima volta.

Il target reale non è il dissidente straniero. È la diaspora cinese, e in particolare quella Han: milioni di cinesi etnici all’estero con familiari e reti commerciali rimaste in patria. Xi Jinping ha costruito dal 2014 una direttiva strategica precisa: “raccontare bene le storie della Cina”. Nella sua forma originale era soft power, persuasione volontaria. Con questa legge diventa coercizione strutturale: non si convince la diaspora Han a parlare bene della Cina, la si mette nella condizione in cui non può permettersi di parlarne male, perché il costo del dissenso individuale ricade sull’intera rete di relazioni familiari rimasta in patria. La Cina non sta cercando di convincerci. Non compete per il consenso occidentale. Quello che costruisce sistematicamente è la dipendenza: economica, infrastrutturale, tecnologica, e ora anche giuridica. La dipendenza produce comportamenti prevedibili senza bisogno di persuasione. Questa legge estende quella logica al piano comunicativo globale. Capirlo non serve a parlarci meglio: serve a non fraintendere sistematicamente cosa sta accadendo.

La lettura più utile riguarda però la leadership che ha prodotto questa legge. Trasformare “raccontare bene la Cina” da direttiva volontaria a obbligo giuridico globale è il segnale di una leadership che ha smesso di fidarsi dei meccanismi indiretti. Vale la pena sottolinearlo: per vent’anni la Cina ha investito in soft power esattamente perché credeva che la persuasione fosse più efficace della coercizione nel costruire influenza internazionale. Istituti Confucio, media finanziati dallo Stato, borse di studio, forum multilaterali: tutti strumenti pensati per creare adesione volontaria alla narrativa cinese. Il fatto che oggi quella narrativa abbia bisogno di un supporto giuridico coercitivo con giurisdizione globale dice che quella scommessa, almeno in parte, non ha funzionato come previsto. È la stessa logica dell’eliminazione dei limiti di mandato nel 2018, dell’inserimento del “Pensiero di Xi Jinping” nello statuto del Partito nel 2017 mentre era ancora in carica, cosa che nella storia del PCC solo Mao aveva ottenuto da vivo.

Tutte mosse che trasformano pratiche reversibili in strutture difficilmente smontabili, che vincolano i successori e riducono la flessibilità futura del sistema. Una leadership che non si fida del tempo e preferisce blindare adesso. Se la Cina avesse il consenso interno che rivendica, questa legge non sarebbe necessaria. I sistemi che si sentono legittimati aprono spazi, non li chiudono e li esportano. Questa legge è un documento sulla percezione che la leadership cinese ha della propria posizione in questo momento storico. E i documenti di questo tipo si leggono con attenzione.

Donatello D'Andrea

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