Lo strappo
Giorgia Meloni nel mirino del “bullo indegno”: quell’idea di ridicolizzarla parla russo
Un ridicolo meme con Giorgia Meloni che strabuzza gli occhi: all’apparenza, un giochino indegno delle scuole medie. Quello pubblicato da Donald Trump potrebbe però essere qualcosa di più. Potrebbe essere parte di una strategia che punta a disorientare le intenzioni dell’alleanza Usa-Europa proprio alla vigilia del vertice Nato di Ankara. Un attacco di bullismo digitale che scuote l’appuntamento dell’Alleanza Atlantica.
Tanto malevolo da mirare sui Position paper pronti a diventare Memorandum of understanding in Turchia e tanto affilato da indurre gli analisti ad un sospetto. La card potrebbe aver tratto ispirazione dalla lunga e amichevole telefonata (c’è chi dice: complice) di Trump con Vladimir Putin. La voce rimbalza dall’una all’altra sponda dell’Atlantico. Tra i due capi di Stato l’intesa è alle spalle dell’Europa. L’ex senatore dem Stefano Esposito è tranchant: «Mi pare evidente che Trump insulti Giorgia Meloni su mandato di Putin, non credo sia un caso che il tutto avvenga dopo che questi due matti si sono fatti una chiacchierata di un’ora. C’è di che essere preoccupati».
Il ministro della Difesa Guido Crosetto queste dinamiche le conosce. Le “vede” anche quando prova a non soffiare sul fuoco. E decide di non dedicare a Trump neanche l’onore della menzione: «Le persone vanno e vengono, le relazioni tra Italia e Stati Uniti rimarranno», si limita laconicamente a dire un Crosetto in stile Montaigne. Allora bisogna rivolgersi a Matteo Renzi, eloquente e prodigo, più che di mera solidarietà, di sonore bacchettate all’indirizzo della premier: «Bisogna avere la spina dorsale diritta e non andare a inseguire Trump, come Meloni ha fatto fino a ieri. Mi auguro che da oggi, dopo le frasi infami di Trump, Meloni si svegli e capisca che l’interesse dell’Italia è stare con l’Europa». Se il presidente Usa per il leader di Iv è un infame, per quello di Azione è un bullo. «Trump è un ignobile bullo da quattro soldi. Piena solidarietà alla Presidente del Consiglio», twitta.
È la vicepresidente del Parlamento Europeo, Pina Picierno, ad analizzare più compiutamente i fatti. «Le dichiarazioni di Trump contro Giorgia Meloni non possono essere liquidate come l’ennesima provocazione del presidente americano. Arrivano dopo una lunga conversazione telefonica con Vladimir Putin e in un momento in cui la Russia intensifica la pressione sul fianco orientale della Nato. Considerare questi due fatti come episodi distinti sarebbe un grave errore politico, perché è proprio sulle divisioni dell’Occidente che il Cremlino costruisce la propria strategia. Da troppo tempo la politica italiana affronta le grandi questioni internazionali con una prudenza tattica che finisce per trasformarsi in immobilismo». Prosegue poi Picierno, in una nota: «Nel centrodestra si è evitato di prendere le distanze da Donald Trump per non compromettere il rapporto con quella destra internazionale che punta a indebolire il progetto europeo e a ridimensionare il ruolo della Nato. Nel centrosinistra, invece, troppo spesso si è preferito il silenzio per non mettere in discussione gli equilibri della coalizione. In entrambi i casi, l’interesse strategico dell’Italia e dell’Europa è stato sacrificato alle convenienze della politica interna».
Allarga il focus, al netto dell’opinabile sintassi, Elly Schlein: «Siamo stati i primi a dire che questi attacchi sono inaccettabili nemmeno per le opposizioni: siamo tutti italiani e non possiamo accettare attacchi, minacce o insulti da leader stranieri». Al posto di Meloni cosa avrebbe fatto? «Bisogna stare sempre a testa alta, non è una novità questa aggressività da parte di Trump e non rinunciamo alla relazione con gli Usa» a causa sua ma «dobbiamo pretendere rispetto reciproco, perciò serve una Ue più forte e integrata, solo così potremo reagire all’aggressività e competere anche sull’IA», ha aggiunto.
L’idea di mettere Giorgia Meloni nel mirino, ridicolizzandola, porta con sé il marchio del Cremlino. E non da oggi. L’operazione dei comici di Mosca che si finsero interlocutori di istituzioni africane – e che qualcuno a Palazzo Chigi passò inavvertitamente sull’interno della premier – era diretta dalle stesse mani. La pratica dell’undermining è una delle armi cognitive con cui le potenze ostili provano ad aggredire l’autorevolezza e la credibilità delle istituzioni. Le analizza da anni Heather A. Conley, Senior fellow di American Enterprise Institute (AEI): «Attraverso l’uso del comico e del ridicolo il Cremlino si propone da anni di penetrare la rete occidentale con immagini e contenuti virali, capaci di penetrare in profondità ed agire come influenza maligna».
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