Politica
Legge elettorale, le liste restano nelle mani dei capi. È una Repubblica indebolita
Ogni volta che torna il dibattito sulla legge elettorale, gli italiani reagiscono con distacco. Hanno imparato che non si discute di Democrazia, ma di equilibri interni ai partiti. È difficile dar loro torto. Ogni maggioranza ha riscritto le regole con lo stesso obiettivo: consolidare il potere dei gruppi dirigenti e conservare lo ius nominandi, il privilegio di scegliere chi entrerà in Parlamento.
È un copione che si ripete. Cambiano le formule, non la sostanza. Le liste restano nelle mani dei capi, mentre gli elettori sono privati del diritto essenziale di scegliere il proprio rappresentante. Il Parlamento finisce così per essere composto più da nominati, con un indebolimento del rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Ma il danno non si esaurisce qui. La chiusura del sistema elettorale produce un secondo effetto, forse ancora più grave: altera la natura stessa dei partiti. La Costituzione affida loro il compito di favorire la partecipazione dei cittadini alla vita politica e di selezionare la classe dirigente. Quando, invece, la selezione dipende esclusivamente dal vertice, il partito smette di essere una comunità politica e diventa un circuito chiuso che autoriproduce i propri dirigenti, scoraggia il merito e spegne ogni autentico ricambio.
È questa sterilità che alimenta la sfiducia verso la politica e apre spazio ai populismi. Una democrazia nella quale il consenso serve soltanto a ratificare decisioni già prese perde progressivamente autorevolezza. E una Repubblica che indebolisce i propri meccanismi di rappresentanza diventa più fragile proprio nel momento in cui avrebbe bisogno del massimo della coesione.
Il contesto internazionale rende tutto questo ancora più preoccupante. L’Europa è sottoposta a una pressione crescente da parte delle grandi potenze, che cercano di condizionare il dibattito pubblico attraverso propaganda, disinformazione, finanziamenti opachi e l’utilizzo di veri e propri cavalli di Troia politici e mediatici. La resilienza democratica non si difende soltanto con la sicurezza militare, ma anche con istituzioni credibili e partiti aperti.
Per questo la riforma elettorale non può essere l’ennesimo compromesso tra oligarchie. Deve restituire ai cittadini il diritto di scegliere i parlamentari e ai partiti la loro funzione costituzionale di luoghi di partecipazione e formazione della classe dirigente. Solo così sarà possibile ricostruire la fiducia tra elettori e istituzioni. È sorprendente che il partito di Giorgia Meloni proponga le preferenze o surrogati di esse, mentre le opposizioni urlano allo scandalo solo sul premio di maggioranza ma si guardano bene dal discutere del vulnus preferenze, interessati come sono allo status quo. Ci si aspetterebbe che i centristi, vittime predestinate del populismo, alzino gli scudi. Senza restituire la scelta agli elettori e partiti aperti alla partecipazione ed in grado di parlare la lingua della vita reale dei cittadini, nessuna riforma potrà davvero rafforzare la Repubblica.
© Riproduzione riservata




