Non risulta che il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi si sia attivato; lo dovrebbe fare, e con una certa urgenza: per prima cosa disporre una inchiesta conoscitiva. Poi, risultati alla mano, provvedere. Ne va del presente e del futuro di questo Paese. L’ultimo concorso in magistratura finisce con una strage di candidati agli scritti: li supera appena il 5,7 per cento degli esaminati: su 3.797 aspiranti, passano solo 220 agli orali.

Loredana Miccichè, componente del Consiglio Superiore della Magistratura, corrente conservatrice “Magistratura Indipendente”; e Cinzia Barillà, presidente della progressista “Magistratura Democratica”, trovano un punto di accordo: è perché gli esaminatori sono troppo severi nella correzione dei compiti; non sono i candidati ignoranti, da loro si pretende troppo. Può essere che saper scrivere in italiano una sentenza non sia determinante (del resto basta frequentare un tribunale e si capisce che non sia un requisito fondamentale), ma per una volta la polemica è tutta interna: non si può accusare la politica, un seguace o un emulo di Marco Pannella, o altra entità di “invasione di campo”: il commissario d’esame è un magistrato, il Pubblico Ministero milanese Luca Poniz, esponente di “Area”. Lo descrivono come severo; significa che non è giusto?

Poniz sostiene che i candidati sono impreparati, conoscono poco o ignorano la lingua italiana. Miccichè e Barillà non sono d’accordo, ma il loro NO non si basa su fatti; si tratta piuttosto di opinioni, deduzioni al massimo: «Ritengo improbabile, in base alla semplice legge dei numeri, che oltre 3.500 giovani dichiarati non idonei all’ultimo concorso abbiano commesso errori ortografici o gravi errori di diritto. Certamente possono esserci stati molti casi di errori gravi, ma 3.500 sono davvero troppi», dice Miccichè. Come se “molti”, invece che “troppi” non sia già abbastanza. Aggiunge Barillà: «Credo che sia un giudizio ingeneroso e poco attento ai sacrifici soprattutto personali ed economici che sono stati sostenuti da tanti candidati. Il nostro concorso già da tempo si sta sempre più modulando come una selezione di secondo livello, voglio dire che spesso ci si possono accostare solo i giovani già avvocati o dottori di ricerca o funzionari in altre pubbliche amministrazioni dello Stato, che sono così riusciti a mantenersi per anni allenati nello studio. Alcuni di loro si formano anche nei nostri uffici, quindi mi domando se oltre al diritto di essere selettivi, abbiamo anche il dovere di interrogarci in ordine a quello che siamo stati in grado di trasmettere loro».

Siamo al “ritengo improbabile” di Miccichè, e all’ “ingeneroso” di Barillà. Poniz sostiene che nei compiti ci sono “errori di diritto e di grammatica”; e candidati che perfino “non sanno andare a capo”. È vero o no? Al di là degli arabeschi, la questione è tutta qui. Barillà, poi, si pone la domanda giusta: «Alcuni si formano anche nei nostri uffici, quindi mi domando se oltre al diritto di essere selettivi, abbiamo anche il dovere di interrogarci in ordine a quello che siamo stati in grado di trasmettere loro». Qualcosa non va per il giusto verso, la stessa Miccichè ammette: «Quelli che fanno errori di grammatica e sintassi non possono certamente essere promossi»; e Barillà: «Anche per noi non guasterebbe un ritorno sui banchi dell’umiltà».

In attesa che si chiarisca se Poniz sia draconiano, o solamente, coscienziosamente, diligente, un fatto non si discute: ci sono candidati per il delicato compito di amministrare la giustizia carenti in italiano. Sono laureati, non ragazzini usciti da un asilo cui si possono perdonare errori di grammatica e sintassi. Questa “ignoranza” non può essere esclusiva dei soli candidati per il concorso di magistratura. Se ignoranza c’è, non può che essere diffusa, presente in candidati per altre professioni e mestieri. Il ministro Bianchi dovrebbe almeno cercare di comprendere le dimensioni del fenomeno. E noi? Non ci resta che cercare rifugio, ancora una volta, nelle pagine dell’amato Leonardo Sciascia. Pre/veggente, nel suo ultimo racconto,

Una storia semplice, pone l’uno di fronte all’altro, il professore di italiano in pensione e l’alunno, diventato magistrato. «Posso permettermi di farle una domanda?…Poi ne farò altre, di altra natura…», dice ammiccante il magistrato. «Mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Una volta mi ha dato cinque: perché?». «Perché aveva copiato da un autore più intelligente», risponde il professore. Il magistrato scoppia a ridere: «L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…». Il professore fulminante: «L’italiano non è l’italiano: è il ragionare. Con meno italiano, lei sarebbe ancora più in alto». In automatico si pensa alle carriere di tanti magistrati, a come si esprimono, alle loro sentenze; e subito un urlo liberatorio: dieci, cento, mille Poniz.