Nel pieno della discussione sulla nuova legge elettorale, la Senatrice Michaela Biancofiore – Presidente del gruppo Civici d’Italia, Nm, Udc, Maie – è certa, «una legge elettorale veramente democratica è quella che lascia la possibilità agli elettori di decidere chi portare in Parlamento».

Senatrice, perché a tanti fanno così paura le preferenze?
«Sono previste in tutta Europa, nei comuni, nelle province, nelle regioni. I candidati sono eletti sempre con le preferenze e alla Camera dei deputati e al Senato no? È una scusa che non regge. Se la politica di oggi non ha il peso specifico che aveva un tempo è perché la sua unità di misura, ossia il consenso personale del politico, è debole. Ma senza il consenso non c’è più la politica».

Non c’è più la politica di una volta?
«C’è stato un progressivo svilimento da quando sono scesa in campo io, nel 1994. Mi sono sempre più resa conto – col passare degli anni – che allora, nella Prima Repubblica, sì che la politica aveva un peso. C’era il consenso della base».

C’è chi dice che con le preferenze si favorisce il clientelismo o che i candidati con ampie possibilità di denaro possano esser avvantaggiati…
«Nell’ultima tornata elettorale ho vinto nell’unico collegio d’Italia dove Partito democratico e Terzo Polo erano alleati. Mi sono andata a prendere, facendo come avrei fatto se ci fossero state le preferenze, ogni voto comune per comune. 50 Comuni e altrettante frazioni. Ho parlato con le singole persone, ho fatto una campagna elettorale “all’antica”. Vince chi si costruisce una credibilità sul territorio. Certo, qualche soldo in più aiuta, ma le potrei fare mille esempi di persone che, nonostante ne avessero molti, hanno politicamente fallito. Ciò che conta davvero è entrare in sintonia con gli elettori. E poi, non dimentichiamoci che anche con le preferenze c’è sempre il segretario politico che decide chi mettere in lista».

Gli si darebbe maggior responsabilità?
«Il segretario politico ha una enorme responsabilità: scegliere persone pulite, trasparenti di valore, con un potenziale consenso. Dico potenziale perché in politica ci sono tanti gradini, anch’io la prima volta candidata presi poche preferenze, poi man mano sempre di più. La politica è step by step. Il problema oggi è che, senza le preferenze, i segretari politici possono creare liste ad hoc con le proprie pattuglie, senza che nell’effettivo questi candidati rispecchino i territori. Magari è gente pure brava professionalmente, ma siamo di fronte a casi di cesarismo. Poi se i parlamentari non rispondono all’ordine, o cambiano casacca, non ci si stupisca. Solo il consenso fa valere la persona e, viceversa, lega la persona al partito».

È stata lanciata, alla Camera, la proposta bipartisan per non votare l’introduzione delle preferenze nella nuova legge elettorale. Si chiedono, invece, nuove regole per favorire l’elezione di più donne.
«Francamente è un appello che mi ha molto indignato. È svilente che una donna chieda di essere messa in lista in quanto donna. È bello essere eletti in quanto politici, in quanto persone che si battono per un ideale, in quanto persone che hanno una passione e sanno coinvolgere gli elettori. Il merito conta».

Eppure, le colleghe che l’hanno proposta sostengono sia proprio per le donne che aspirano a rappresentare le istituzioni.
«Ci sono sempre più esponenti donne nei settori chiavi della politica, tra ministre, capigruppo e via dicendo. Pensiamo al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che è stata eletta perché era ed è una persona estremamente valida. Senza scorciatoie, quote rosa o riserve indiane. Questo è l’esempio che dovrebbe farci dire un grande sì alle preferenze senza se e senza ma».

Riusciremo a trovare la quadra internamente al centrodestra e inserirle?
«Non lo so, ma di certo non trovarla significherebbe perdere un pezzo di centrodestra. La pensano come me tutti quelli che hanno una storia politica alle spalle. Ci sono internamente, a destra, dei muri ma anche a sinistra non mi capacito di come non si riesca a cogliere l’importanza delle preferenze, loro che sono sempre d’accordo sul coinvolgimento dei cittadini e che prevedono, internamente, le primarie».

L’impressione è che se si farà una legge elettorale tiepida, senza grosse novità, i cittadini si distaccheranno ancor di più?
«Ci si chiede spesso perché la gente si allontana dalla politica, ma se non può più scegliere chi vuole eleggere e tutto viene calato dall’alto è evidente che alle politiche nazionali ci sia un distacco, non solo razionale, anche emotivo. La politica è anche emozione. Oggi non ci sono più, diciamo così, le ideologie ma se continuiamo di questo passo non ci saranno più nemmeno le emozioni».

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Classe 1998, nata sotto il segno del cancro. Veneta, al momento a Roma. Seguo la politica estera e le cronache parlamentari. Tennista a tempo perso, colleziono dischi in vinile e li ascolto rigorosamente davanti a un calice di rosso. Kierkegaard e Nozick due grandi maestri.