Gli aneddoti
Il riformismo e i suoi nemici. La storia di un movimento
L’Italia non è per riformisti? Questo è il tempo dei loro avversari? Certo, rispetto solo a pochi anni fa, il confronto pubblico è sorprendente. Se l’indirizzo generale di governo e le istituzioni sui valori euro-atlantici hanno retto alle prove di questi anni, si è registrata una distanza imponente di parti importanti dell’alta cultura, dei media di massa, di pezzi dello Stato da sentimenti di tipo liberal-democratico, social-democratico o socialista liberale e liberale radicale. Liberalismo e riformismo sono concetti mutevoli, anche come pratiche politiche. In Italia, questa relazione tra termini e soggetti politici è stata relativamente complicata.
L’Italia riformista e i suoi avversari
Nella prima parte del Novecento, riformismo e liberalismo erano dominanti: la relazione tra Giolitti e Turati ne fu l’espressione più solida. Non a caso, furono il primo obiettivo del fascismo; il regime spinse poi l’Italia contro la sua naturale collocazione occidentale, determinandone la più grave sconfitta militare, politica e morale. Nell’epoca di De Gasperi, furono i cattolici ad ancorare il Paese alla politica atlantica ed europeista, affermando anche un forte spazio intellettuale e culturale. In realtà, il campo del riformismo fu subito monco: il Pci di Togliatti (e dell’Urss) ottenne una vittoria definitiva sul Psi, conquistando sindacati, cooperative e comuni. Il successivo centrosinistra di Fanfani, Moro e Nenni conservò l’impostazione democratico-occidentale, ottenendo un favorevole allineamento di narrazioni pubbliche e dell’alta cultura, ma segnando una qualche distanza dal mondo social-democratico europeo. Di converso, il Pci conservò il controllo di larga parte della sinistra, con una cultura marxista e antioccidentale. La sua critica aveva però punti di contatto con la cultura interventista di democristiani e socialisti, un elemento che iniziò a segnalare una originale combinazione tra dibattito di opposizione e pratica di governo riformista.
Pentapartito riformatore
In Italia la combinazione tra statalismo ideologico e pressione sociale esplose nella tumultuosa società degli anni Settanta. Condizionò il sistema politico, nell’unico Paese occidentale dove era impossibile una alternativa di governo, in assenza di una sinistra maggioritaria socialdemocratica e non comunista. Si creò un cortocircuito: il nuovo centro sinistra ampliò a dismisura l’intervento pubblico, pur realizzando riforme; il Pci alimentò le attese di cambiamenti, insediandosi su magistratura, apparati pubblici, accademia. Il compromesso storico tra cattolici, comunisti (e Psi), operazione impensabile nel resto dell’Europa, fu il culmine di questo processo. L’esperimento fallì, il delitto Moro traumatizzò il Paese, ma il Pci ottenne una certa legittimazione. Il Psi di Craxi recuperò riformismo e socialismo liberale; la Dc di Forlani e De Mita si rinnovò nello spazio conservatore euro-americano. Il pentapartito sviluppò una politica riformatrice europeista (scala mobile, euromissili, infrastrutture), ma non fermò l’esplosione del debito. Quando crollarono i regimi comunisti e venne meno il vincolo internazionale del Paese, il divario tra pratica riformista e discorso pubblico diventò uno strumento di delegittimazione brutale. Fu la seconda sconfitta epocale del riformismo italiano: il pentapartito fu stritolato da un impressionante asse tra media, giustizia, risentimenti popolari e antipolitica.
Riformismo populista o riformismo integrato
Nel 1991, dopo il crollo dei regimi comunisti, iniziò l’epoca liberale globale. In Italia cambiò tutto: Berlusconi sostituì il pentapartito con un centrodestra: che pretendeva di presentarsi come liberale filooccidentale, ma restava alleato di ex missini e leghisti. Il nuovo centrosinistra con gli ex comunisti da protagonisti, si dichiarò progressista, occidentalista e clintoniano. Tra il 2001 e il 2018, governi di centrodestra, tecnici, centrosinistra si auto-definirono tutti riformisti; la frattura internazionale era pressocché inesistente. Un doppio paradosso: il riformismo, populista berlusconiano o quello integrato prodiano erano la parola d’ordine, ma la fine dei vecchi partiti aveva definitivamente spezzato la relazione tra cultura organizzata e forze politiche.
Tramonto riformista e populismi ideologici
Nel 2018 la crisi economica e l’ondata populista globale spinsero l’antipolitica. Inoltre, il ritorno delle autocrazie globali-imperiali, sancì la fine dell’epoca liberale. Si registrò la terza sconfitta storica dei riformatori (considerandola come area tra Forza Italia e Partito Democratico). La narrazione più efficace era quella opposta: sui media e nei social si registrò una connessione mai vista prima tra immaginari antioccidentali, spesa pubblica senza limiti, moralismo selettivo, simpatia autocratica.
Riformismo possibile o democrazia populista?
Nel 2024 si è delineato ancora una volta un quadro originale. Se la destra di governo propose un profilo conservatore-patriottico (mantenendo la linea occidentalista), il PD, pur restando saldamente nella socialdemocrazia europea, si è spostato su posizioni più radicali, in alleanza con un M5S populista. Oggi l’area dichiaratamente liberal-riformista è ridotta nel sistema politico e nel voto (tra FI, centristi, più Europa, piccole minoranze del PD. La sconfitta del liberal-riformismo è reale, ma non è un dato permanente della storia italiana, anzi rilancia una agenda per il futuro. Innanzitutto, non serve un Terzo polo minoritario, giustificato solo dalla esistenza di formazioni diverse o incompatibili. Una proposta liberal-riformista autonoma si concretizza con efficaci narrazioni pubbliche, agganciando forze editoriali e comunicative per contrastare il discorso antioccidentale e anti mondo libero, attraverso i potenti temi dei diritti civili e della difesa delle democrazie. In secondo luogo, è funzionale a un mondo che aggrega forze socialdemocratiche, cattoliche, laiche, liberali democratiche in dimensione europeista. Infine, è naturalmente il luogo di un patriottismo italiano ed europeo allo stesso tempo: capace di recuperare il valore liberale della comunità nazionale, senza farlo degenerare nelle politiche del risentimento, e di rilanciare il processo di integrazione politica europea, indispensabile a qualsiasi ipotesi concreta di riformismo.
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