L'intervista
Scontro Trump-Meloni, Talò: “Usa? Alleati sì, sudditi no. L’Italia difende l’Occidente e non rinuncerà alla sua dignità”
Il diplomatico, a capo di Imec, stigmatizza Trump: siamo partner, non gregari «Nessuno ama la guerra ma ora dobbiamo investire (e subito) in sicurezza»
Francesco Maria Talò è diplomatico di lungo corso, già ambasciatore presso la NATO e consigliere diplomatico della Presidenza del Consiglio. Oggi è Inivato speciale per l’IMEC (Corridoio Economico India–Medio Oriente–Europa),
Ambasciatore Talò, come valuta la crisi diplomatica tra Donald Trump e Giorgia Meloni?
«Siamo davanti a una situazione inedita. La personalità di Trump è nota, ma colpisce che gli alleati vengano spesso trattati con maggiore durezza rispetto agli avversari. È una dinamica che non riguarda soltanto l’Italia e la prima reazione di Giorgia Meloni ha colto immediatamente questo aspetto: gli alleati risultano talvolta più colpiti dei concorrenti ostili. È anche un elemento rivelatore del momento che stiamo vivendo nelle relazioni transatlantiche».
Rivelatore di che cosa?
«Rivela innanzitutto la coerenza dell’Italia. La nostra posizione può essere riassunta in quattro parole: alleati sì, sudditi no. Siamo tra i più convinti sostenitori dell’alleanza atlantica e proprio per questo difendiamo la nostra autonomia di giudizio. Il governo Meloni si è impegnato più di altri per preservare l’unità dell’Occidente, nonostante le difficoltà emerse tra le due sponde dell’Atlantico».
Lei sostiene che l’Italia stia facendo da ponte tra Europa e Stati Uniti.
«Eravamo e siamo consapevoli delle tensioni e proprio per questo serviva e serve ancora di più un surplus di impegno. Noi crediamo profondamente nell’Occidente e nei suoi valori. Penso al sostegno all’Ucraina, che consideriamo una battaglia coerente con quei principi. Se a Washington emergono esitazioni, noi continuiamo a sostenere la nostra posizione».
C’è chi accusa il governo di essere (o di essere stato) troppo filoamericano.
«È un equivoco. Non siamo filoamericani per adesione ideologica. Siamo filoamericani perché siamo occidentali. L’Occidente non è qualcosa a cui l’Italia aderisce dall’esterno: l’Italia è parte costitutiva dell’Occidente per storia, cultura e valori».
Accanto al legame atlantico, però, l’Italia sta ampliando il proprio raggio d’azione.
«Il XXI secolo impone una strategia più ampia. Non basta il tradizionale club degli alleati. Per questo abbiamo investito molto nei rapporti con l’India, con il Giappone, con i Paesi del Golfo e con l’Africa. In alcuni casi il cambiamento è stato radicale. Penso all’India: prima del 2023 c’era stato un lungo periodo senza visite ai massimi livelli. Oggi il rapporto è completamente diverso».
La decisione di rinviare la visita a Miami è stata corretta?
«La decisione del Ministro Tajani è stata sicuramente opportuna. Immagini i commenti se in questo momento egli si trovasse in Florida. Non è purtroppo il momento giusto per quella visita. Ma questo non significa mettere in discussione il rapporto tra le due nazioni. *Saremo sempre a fianco dell’America, a testa alta. Le relazioni tra Italia e Stati Uniti vanno oltre le singole amministrazioni. Ho vissuto direttamente il primo anno del rapporto tra Meloni e Biden: c’erano differenze politiche evidenti, eppure il dialogo ha funzionato benissimo nel rispetto reciproco e nella tutela degli interessi comuni».
Qual è l’insegnamento che va tratto da questa crisi?
«Che dobbiamo investire di più sulla nostra sicurezza. L’alleanza con gli Stati Uniti resta fondamentale, ma l’Europa deve diventare adulta. Per anni abbiamo beneficiato di una situazione nella quale gran parte della nostra sicurezza era garantita dagli Stati Uniti. Oggi non è più sufficiente. Così come ci siamo emancipati dalla dipendenza energetica dalla Russia e stiamo cercando di ridurre alcune dipendenze dalla Cina, dobbiamo rafforzare la nostra autonomia nel campo della sicurezza».
Questo significa aumentare gli investimenti nella difesa?
«Significa anzitutto sviluppare una cultura della sicurezza. Solo dopo vengono le decisioni politiche e finanziarie. È un lavoro che richiede consapevolezza pubblica e capacità di spiegarlo ai cittadini in quanto la sicurezza ha un costo che non è facile da comprendere. La guerra è ormai lontana dall’orizzonte psicologico degli italiani. Nessuno ama la guerra, ma essa si è avvicinata a noi. Dobbiamo reagire per allontanare i rischi. È il percorso che il ministro Crosetto sta cercando di costruire».
Passiamo all’accordo Usa-Iran. Lei lo ha definito estremamente vago. Perché?
«Perché il confronto con il precedente accordo sul nucleare è impressionante. Il JCPOA era il risultato di due anni di negoziati e di circa 160 pagine di testo. Qui parliamo di poche pagine e di tempi estremamente rapidi, appena 60 giorni. Francamente mi sembra un’ambizione notevole, ma dobbiamo sperare».
C’è poi il tema dello Stretto di Hormuz.
«Per l’Italia il principio fondamentale è la libertà di navigazione. Non riguarda soltanto Hormuz. Vale ancora di più per Bab el-Mandeb e potrebbe valere domani per lo Stretto di Taiwan. Un Paese esportatore come il nostro non può accettare limitazioni o condizionamenti lungo le grandi rotte commerciali».
In questo scenario quanto pesa il progetto del corridoio IMEC?
«Moltissimo. Significa costruire alternative, diversificare rotte e interlocutori, ridurre le vulnerabilità. È la stessa logica che ispira il rafforzamento dei rapporti con India, Golfo, Africa e Giappone. L’unità dell’Occidente resta essenziale, ma oggi occorre andare oltre».
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