Un post sui social pubblicato il 23 aprile racconta di un incontro nella sede romana di Azione tra Carlo Calenda, Ettore Rosato e Paolo Preti. Nel testo si sottolinea come Azione riconosca il PSDI rappresentato da Preti come interlocutore politico. Parte una battaglia giudiziaria. Mario Calì, eletto a sua volta segretario del PSDI, querela Preti contestandogli l’utilizzo illegittimo del simbolo socialdemocratico. Una vicenda destinata ad approdare nelle aule del Foro di Milano, dove a giugno è prevista un’udienza che potrebbe avere conseguenze non soltanto legali ma anche politiche.

Ma mentre i due contendenti si affrontano sul terreno politico e giudiziario, c’è un terzo protagonista che emerge proprio grazie alla sua distanza dalle baruffe chiozzotte. È Umberto Costi, chirurgo universitario del Policlinico Umberto I di Roma, figlio di Silvano Costi, dirigente socialdemocratico di lungo corso, e nipote di Raffaele Costi, comandante partigiano della Brigata Matteotti. Costi, segretario nazionale di SD – Socialdemocrazia, è stato eletto pochi giorni fa presidente della Fondazione Giuseppe Saragat. Ed è forse questo, oggi, il luogo più significativo della memoria e dell’identità socialdemocratica italiana. Non un simbolo conteso davanti a un giudice, ma una fondazione culturale che porta il nome di Giuseppe Saragat: il presidente della Repubblica che intuì prima di altri i rischi del totalitarismo sovietico, la necessità di una sinistra democratica occidentale e il valore europeo dell’atlantismo.

Saragat fu molto più di un leader di partito. Intellettuale raffinato, giornalista, diplomatico, antifascista, protagonista dell’esilio, padre della scissione di Palazzo Barberini, approdò al Quirinale dopo una vita quasi romanzesca, attraversando da protagonista l’intera storia italiana del Novecento.
È proprio attorno a questa eredità che la Fondazione Giuseppe Saragat tenta oggi di ricostruire un filo ideale che la politica quotidiana sembra avere smarrito. E il fatto che alla sua guida sia stato chiamato Umberto Costi appare, in questo quadro, come il tentativo di sottrarre la tradizione socialdemocratica alla sola dimensione delle carte bollate e delle micro-contese identitarie.

Perché il paradosso della vicenda è tutto qui: mentre il simbolo del PSDI viene rivendicato nelle aule giudiziarie, il patrimonio culturale e politico della socialdemocrazia italiana cerca una nuova centralità fuori dai tribunali. E forse proprio per questo, oggi, il nome che emerge davvero non è quello dei litiganti, ma quello di chi prova a custodire una storia senza trasformarla in un contenzioso.

I socialdemocratici, del resto, erano quelli che avevano visto lungo. Sull’atlantismo quando larga parte della sinistra guardava ancora a Mosca. Sull’europeismo quando l’Europa sembrava soltanto un progetto tecnocratico. Sulla difesa degli interessi nazionali dentro l’Occidente democratico nei tempi incerti del dopoguerra.
Forse oggi, più che stabilire chi sia socialdemocratico e chi no, servirebbe recuperare un po’ di buon senso e riunire le forze disperse di quella tradizione. Includere, non scomunicare. E soprattutto tornare a dire che cosa significhi essere socialdemocratici nel nuovo millennio.

Significa avere qualcosa da dire sul lavoro che cambia e sulle nuove fragilità sociali. Sulla fine delle vecchie ideologie e delle antiche carte d’identità politiche. Sulle sfide dell’intelligenza artificiale, sulle cyberwar, sui cybercrash, sul rapporto tra libertà individuali, sicurezza e potere tecnologico. Significa tornare a interrogarsi sul ruolo dello Stato democratico dentro un capitalismo globale sempre più instabile. Sono questioni che riguardano il futuro. E sulle quali Giuseppe Saragat, probabilmente, avrebbe saputo pronunciarsi prima di molti altri.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.