Esteri
Slitta il vertice Netanyahu-Trump. Israele punta su Ahmadinejad per far saltare il regime
Bibi Netanyahu non parte più per Washington. La visita in agenda lunedì prossimo è stata rinviata a fine mese, in coincidenza con i funerali del senatore, Lindsey Graham, amico di Israele e dell’Ucraina e scomparso improvvisamente a 71 anni nei giorni scorsi. Non è chiaro se si tratti di un rinvio per sfruttare le economie di scala. Chiamiamole tali. Ovvero far sì che il premier israeliano attraversi l’Atlantico una volta sola in pochi giorni. Limitando i problemi di sicurezza. Vero è che con Trump ultimamente i rapporti si sono fatti tesi. Alla guerra con l’Iran e alla richiesta a Israele di smobilitarsi dal Libano e dalla Siria, si aggiunge la doppia inchiesta firmata dal New York Times e da Haaretz, tale per cui l’ex presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, sarebbe stato contattato dal Mossad, fin dal 2022.
Sulla vicenda solo l’ex leader iraniano si è esposto smentendo tutto. Gerusalemme non ha detto nulla. Ai complottisti questo fa pensare che, alla fine, ci sia qualcosa di vero. Bisogna poi chiedersi come l’abbiamo presa gli americani. D’altra parte, Ely Karmon, decano dei ricercatori dell’International Institute For Counter–Terrorism, l’Ict di Herzliya, non vede cosa ci sia di male. O per lo meno di strano. «Con i nemici si può parlare quando gli interessi sono comuni», commenta. Per poi ricordare i tanti precedenti. «Pochi giorni prima della Guerra del Kippur, re Hussein di Giordania venne ospitato in una guesthouse del Mossad per un incontro segretissimo con Golda Meir, in cui la informava dell’imminente attacco».
La soffiata non venne accolta e Israele rischiò di soccombere. Correva l’anno 1973. Ancora prima, lo Stato ebraico aveva sostenuto i monarchici zaiditi durante la guerra civile dello Yemen del Nord (1962-1970). I predecessori – per renderla semplice – degli odierni Houthi tornavano utili a Israele per logorare l’Egitto di Nasser, suo principale avversario del momento, e architetto di un regime repubblicano da instaurare a Sana’a. Per non dimenticare poi le relazioni pericolose che l’intelligence israeliana avviò con alcuni vertici del regime di Saddam Hussein, in Iraq, e perfino con Rifaat Hassad, fratello del dittatore siriano Hafez. Karmon va poi oltre i confini del suo Paese. «Ci fu lo scandalo Iran-Contras degli Stati Uniti di Reagan, con la vendita segreta di armi all’Iran, nonostante l’embargo, per finanziare i guerriglieri che combattevano il governo sandinista in Nicaragua».
Questo per dire che Ahmadinejad è solo l’ultimo capitolo, in ordine di tempo, di una storia di spie. Che non ha confini né mai si conclude, ma che è sempre coperta da una patina di leggenda. Certo, l’ex presidente iraniano non è mai stato tenero verso Israele. Fu lui il primo a Teheran a negare la Shoah. Lui soffiò sul fuoco di odio, promettendo la distruzione totale del “piccolo Satana”. Oggi però, caduto in disgrazia di fronte ad ayatollah e Pasdaran, vanta ancora un consenso tra la popolazione. E così potrebbe diventare quell’utile figlio di puttana – come insegna la dottrina Kissinger – fondamentale quando si vuole far saltare un regime, ma non si ha una soluzione in tasca. D’altra parte, se confermati, i rapporti di relativa lunga data fanno pensare che l’ex presidente fosse più utile come informatore per il Mossad. Invece che come agent provocateur. Peraltro, se davvero l’aggancio risale al 2022, viene da chiedersi come un “amico a L’Avana” di così alto livello non sia riuscito a informare Israele dell’attacco del 7 ottobre 2023.
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