Claudio Petruccioli, già presidente della Rai, più volte parlamentare e storico dirigente della sinistra, analizza le contraddizioni della nuova legge elettorale.

Petruccioli, si può davvero esultare perché alla Camera è stato bocciato l’emendamento sulle preferenze?
«Quando si è visto il risultato della votazione, è partita l’esultanza. Subito dopo sono state chieste le dimissioni di Giorgia Meloni. Ma dimissioni significa elezioni e da qui si capisce che le opposizioni non vogliono affatto la caduta del governo. Giovanni Donzelli ha osservato che, se il Pd avesse votato a favore dell’emendamento, sarebbe potuta saltare la legislatura».

Perché il campo largo non vuole andare alle elezioni?
«La bocciatura dell’emendamento è stata una sconfitta parlamentare della maggioranza, ma non la premessa di una crisi di governo. Le opposizioni hanno colpito Meloni senza volerla davvero rovesciare: d’altra parte se si votasse subito, il campo largo non sarebbe certo pronto».

Lei vede dietro questa vicenda un problema più profondo?
«Sì. È una manifestazione del degrado del sistema politico-istituzionale italiano, che dura da oltre trent’anni. All’inizio degli anni Novanta è stato archiviato il sistema proporzionale sul quale la Repubblica si era retta per quasi mezzo secolo. Non era espressamente imposto dalla Costituzione, ma ne rappresentava una base necessaria, non solo per le maggioranze di garanzia previste nelle principali scelte istituzionali».

Che cosa ha prodotto l’introduzione del principio maggioritario?
«Il Parlamento ha smesso di essere una fotografia dell’elettorato. In nome della governabilità è stata introdotta una correzione maggioritaria: le assemblee sono state deformate per produrre una maggioranza, senza modificare coerentemente il resto dell’architettura istituzionale».

Quella contraddizione non è mai stata risolta?
«No. Sarebbe servita una riforma complessiva, ma non è mai stata realizzata. Si pensa di difendere la Costituzione lasciandola formalmente intatta, mentre la si sottopone a tensioni sempre più forti».

Il Mattarellum non aveva però costruito un sistema bipolare?
«Solo in parte. Era maggioritario per tre quarti, con i collegi uninominali, ma alla Camera lo stesso elettore votava nello stesso giorno con una scheda maggioritaria e una proporzionale. Quel doppio voto ha mantenuto in vita la competizione tra i partiti dentro le coalizioni, impedendo agli schieramenti di consolidarsi come veri soggetti politici, mentre gli stessi partiti si indebolivano sempre di più».

Qual è stata la conseguenza?
«Abbiamo soggetti politici deboli e istituzioni alle quali viene chiesto di garantire la governabilità. Intanto cresce l’astensionismo e si rischia di affidare il governo per cinque anni a una forza sostenuta da una quota largamente minoritaria degli aventi diritto. È un meccanismo che indebolisce la legittimità sostanziale della democrazia».

La nuova legge elettorale può risolvere questo problema?
«Non se resta costruita in questo modo. La soglia del 42 per cento può garantire una maggioranza soltanto se una coalizione riesce a raggiungerla. Ma che cosa accade se nessuno dei due schieramenti arriva a quella percentuale? Eliminato il ballottaggio, si torna nei fatti a una rappresentanza proporzionale, con maggioranze da costruire dopo il voto».

E a quel punto potrebbero diventare decisivi Vannacci o Di Battista?
«Esattamente. Anche pochi punti percentuali possono diventare determinanti. Vannacci può impedire al centrodestra di raggiungere la soglia e poi condizionarne le scelte. Nell’altro campo potrebbe verificarsi un fenomeno analogo con Di Battista o con altre forze radicali. Una legge pensata per garantire la governabilità consegna così il sistema al ricatto delle estreme».

Qual è allora la soluzione istituzionale?
«Il ballottaggio. Se si vuole un sistema bipolare, bisogna permettere agli elettori di scegliere direttamente tra le due alternative più votate».

E quale deve essere, invece, la risposta politica?
«Le regole da sole non bastano. Servono partiti forti e coalizioni unite sulle questioni fondamentali: politica internazionale, Europa, Ucraina, economia e riforme istituzionali. La lotta politica si deve condurre nell’intero spazio della coalizione, non solo nel Pd. I riformisti, soprattutto quelli che si trovano nel Pd, devono condurre battaglie pubbliche e concrete. Dovrebbero presentare un emendamento per reintrodurre il ballottaggio e dichiarare apertamente che lo voteranno. Senza esporsi in prima persona, non si muove nulla. E l’asfissia del sistema finirà per soffocare non soltanto chi la provoca, ma tutti quelli che hanno bisogno di aria».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.