GERUSALEMME – «Il califfato è comunque meglio degli Ayatollah». Conclusione estrema, ma altrettanto lucida quella che fanno gli analisti israeliani. Il vertice Nato che si apre oggi ad Ankara punta le luci sul padrone di casa, il presidente turco Recep Tayayip Erdoğan. Tra lui e Bibi Netanyahu non corre buon sangue. «D’altra parte, i due si sono incontrati all’Onu. Cosa mai successa tra un leader israeliano e una controparte iraniana. È una differenza non di poco conto». La nostra fonte insiste sul profilo laico e il fare da realpolitiker del “sultano”. Che comunque viene così apostrofato. Non c’è modo di renderlo più presentabile. «Non dimentichiamoci che stiamo parlando di un partner Nato». Insomma, c’è ancora qualche israeliano che nutre fiducia in Ankara. Qualcuno che non dimentica come la Turchia sia stata il primo Paese musulmano a riconoscere lo Stato ebraico.

Correva l’anno 1949. Qualcuno che preferisce lasciar correre sulle frizioni che da “Piombo fuso” in avanti (2009) si sono stratificate tra i due Paese. È il realismo a dominare. «Sappiamo di essere impopolari. Ma non ci consideriamo affatto isolati. Stiamo combattendo la nostra guerra. Contro l’Iran, Hamas ed Hezbollah. Una volta vinta, si tornerà a fare diplomazia. Fino a quel momento, noi andiamo avanti». Una determinazione cui si affianca una prospettiva: «Vedrete che a quel punto sarà più facile concludere accordi con il mondo musulmano piuttosto che con l’Occidente. Stati Uniti compresi». In tal caso, anche ad Ankara tornerà inevitabile riaprire le relazioni con Israele.

Il ragionamento tiene al netto dell’Islam fondamentalista. Che non è soltanto di matrice sciita. Al contrario, la sunna della Fratellanza musulmana gode di una cassa di risonanza più ampia. «Va dai confini occidentali della Cina e termina in Francia», spiega ancora. Se si sovrappongono questi confini con quelli della massima espansione dell’Impero ottomano, si osserva che il ricorso storico è dietro l’angolo. Anzi, oggi viene chiamata in causa anche la parte subsahariana del continente africano. Nonché tutta l’Europa settentrionale, metà di flussi migratori proprio dall’Anatolia e dall’Asia centrale. «Il disegno di Erdoğan è quello di un sultanato dei nostri giorni, in cui l’Islam è funzionale alla crescita dell’ingerenza turca su due continenti».

L’interesse di Ankara è politico ed economico. È evidente che il dominio dell’Islam al suo leader interessi il giusto. «Ma questo lo rende più forte. Non più disposto al dialogo». La posizione di Carmon è critica rispetto alla visione delle istituzioni. «Qui abbiamo a che fare con un presidente turco che si sta creando una legacy e che quindi è forte di un regime sempre più affermato in casa e con un consenso crescente all’estero». Hakan Fidan, Mustafa Çiftçi e Bilal Erdoğan sono i tre nomi che si fanno qualora ad Ankara si prospettasse un passaggio di consegne. Anche questo è realismo. A differenza di una Cina o di una Russia dove il futuro rispettivamente di Xi e Putin è una preoccupante incognita, la Turchia vanta una stabilità apprezzata a Washington – da qui le parole di Trump sul summit che si apre oggi – meno a Gerusalemme. Dove si è più vicini al pericolo concreto di una deriva islamica, oltreché autoritaria.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).