«Genocidio è una parola da usare con cautela. Non a caso come si fa oggi». Plaude Antonia Arslan, già docente all’Università di Padova, ma ancor più scrittrice e profonda studiosa dell’Armenia e del genocidio del suo popolo, alla notizia dell’approvazione all’unanimità del governo israeliano di riconoscere il genocidio armeno. «Un atto che si è fatto attendere – aggiunge Arslan – ma positivo». Ancora nel Duemila, l’allora ministro dell’istruzione, Yossi Sarid, propose di inserire il genocidio armeno nei programmi scolastici. Fu il primo passo di un percorso a singhiozzo, con Knesset ed esecutivo che facevano a gara tra chi accelerava e chi rallentava. Soltanto due anni fa, con il drastico peggioramento dei rapporti tra Israele e Turchia, il premier Netanyahu si è esposto nel riconoscere personalmente il genocidio, senza però che si arrivasse a un atto ufficiale dello Stato. Oggi il provvedimento del governo richiede l’approvazione del Parlamento. Se passerà, Israele andrà a ingrossare la lista degli oltre 30 Stati membri dell’Onu che danno valore ufficiale e storico al genocidio degli armeni. Per il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, il suo governo ha compiuto un «dovere morale e storico».

«Per il diritto internazionale non cambia nulla», spiega Arslan. «D’altra parte, più nazioni importanti come Stati Uniti, Francia, Germania e Italia danno peso a questo fatto storico, più torna difficile alla Turchia sostenere il contrario». La vicenda ha la doppia valenza geopolitica di «guerra delle idee», osserva la docente. Il momento, i protagonisti coinvolti – che di certo non sono soltanto Armenia e Israele – le reazioni portano a dire che la questione “genocidio” va oltre il suo significato. Conta la parola. Ma anche chi la usa. E quando.

Israele cerca strade alternative per rompere l’embargo ideologico che lo isola dal resto del mondo. Il diversivo ha una sua logica. È in questa cornice tattica che si inserisce l’intenzione di parlare di una storia comune. Armeni ed ebrei sono stati vittime di un massacro, studiato a tavolino, rispettivamente da ottomani e nazisti (non solo tedeschi), documentato in corso d’opera e che ha visto la partecipazione attiva della popolazione civile. «È su queste solide basi che venne inventato il termine “genocidio”». Arslan ci tiene a tornare alle origini della parola, coniata nel 1944 dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, fuggito negli Stati Uniti dopo l’invasione della Polonia della Germania nazista. Nonostante in Israele ci sia chi rivendica l’unicità della Shoah, è stato proprio il genocidio armeno a ispirare la “soluzione finale” nazista.

Il ricorso alla storia del governo Netanyahu non è una mossa facile. Le conseguenze vanno oltre lo sgambetto che Bibi intende fare a Erdoğan. Per come stanno le cose in Armenia, quella israeliana rischia di essere un’operazione al buio. Per non dire un buco nell’acqua. A Yerevan, il premier Pashinyan è appena uscito vittorioso da una tornata elettorale che molti accusano viziata di brogli. Il suo attacco frontale alla Chiesa, unico pilastro stabile della debole democrazia nazionale, viene accompagnato da continui gesti di apertura verso la Turchia e l’Azerbaijan. Per ingraziarsi i suoi vicini, il governo armeno è disposto addirittura a censuare quanto successo al suo popolo nel 1915 e negli anni subito successivi. È in corso un’operazione di negazionismo strumentale agli interessi del momento. Come se non bastasse, l’opinione pubblica locale non dimentica che, negli ultimi anni, Israele è diventato uno dei principali fornitori di armamenti dell’Azerbaigian. Molti dei droni e dei sistemi d’arma impiegati da Baku nel Nagorno Karabakh, del 2020 e del 2023, sono di produzione israeliana.

Difficile pensare come la prenderà l’Europa. Domani von der Leyen sarà in visita in Azerbaigian e Armenia. Cosa conviene a Yerevan? Rifiutare il beau geste di Netanyahu, per buttarsi tra le braccia dei suoi tradizionali avversari, oppure assecondare Israele e così aprire all’Europa, dove il genocidio armeno è una colonna portante del Secolo breve?

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).