Il prossimo Consiglio superiore della magistratura, a detta di un magistrato che di Csm ne ha visti parecchi, nella quota togata sarà composto in larga parte da ex vertici dell’Associazione nazionale magistrati. Di fatto una sorta di “succursale” del potente sindacato delle toghe. “Mi pare una bella notizia. Finalmente una boccata di novità”, ha commentato con la consueta ironia il giudice Andrea Mirenda, attuale consigliere indipendente di Palazzo Bachelet. “Mi pare che sia la tanto attesa “discontinuità” di cui si parla da tempo e che è stata invocata a gran voce recentemente dai giovani magistrati che si sono impegnati pancia a terra per il No al referendum sulla giustizia”, aggiunge Mirenda, contattato dal Riformista. L’ironia è evidente. Perché, a guardare le liste che stanno prendendo forma in vista delle elezioni fissate dal capo dello Stato per la fine di ottobre, la sensazione è quella di trovarsi davanti a una curiosa interpretazione del concetto di rinnovamento. Una sorta di rivoluzione della continuità, nella quale cambiano le funzioni ma non necessariamente i protagonisti. Del resto, basta scorrere i nomi per comprendere il senso dell’osservazione.

In prima fila c’è Eugenio Albamonte, ex presidente dell’Anm, uscito vincitore nel derby delle primarie contro Luca Poniz, anch’egli ex presidente dell’associazione. C’è Salvatore Casciaro, ex segretario generale dell’Anm. C’è Giuliano Caputo, anche lui già segretario dell’associazione. Figura poi Alessandra Salvadori, già vicesegretaria dell’Anm. E ancora Pietro Indinnimeo, presidente dell’Anm di Salerno. Più che un elenco di aspiranti consiglieri, qualcuno potrebbe leggerlo come una sintesi della recente storia dell’associazionismo giudiziario italiano. Naturalmente nessuno mette in discussione curricula, competenze o titoli. Ci mancherebbe altro. Il punto è un altro. Dopo anni ed anni di estenuante dibattito sulle degenerazioni del correntismo, dopo il Palamaragate, dopo le solenni promesse di cambiamento e dopo le ripetute invocazioni di discontinuità, era lecito attendersi qualcosa di diverso. O quantomeno qualcosa che apparisse diverso. La sensazione, invece, è quella di una filiera perfettamente funzionante, nella quale il passaggio dai vertici dell’Anm ai banchi del Csm rappresenta un approdo quasi naturale. “I top player dell’Anm, andando a memoria, non li ricordo in prima fila nel denunciare la spartizione delle nomine, notoriamente preesistente al cosiddetto scandalo Palamara», osserva ancora Mirenda.  Un’affermazione destinata a far discutere proprio perché tocca uno dei nervi scoperti della magistratura: il rapporto tra correnti, associazionismo e governo autonomo. Ma sarebbe sbagliato interpretare le parole del consigliere come una critica severa. Il tono resta quello dell’ironia. “È chiaro – prosegue Mirenda – che si tratta di spirito di servizio. Gli aspiranti sono mossi da motivazioni profonde e condivisibili. Chi meglio di chi ha già guidato tutto può insegnare agli altri?”.

È davvero questa, allora, la discontinuità di cui il sistema aveva bisogno? Oppure e l’ennesima dimostrazione della straordinaria capacità degli apparati organizzati di riprodurre se stessi? Il Csm non è un sindacato ma un organo di alta amministrazione, chiamato a garantire l’indipendenza interna ed esterna delle toghe. Un’istituzione che proprio per la delicatezza delle funzioni dovrebbe apparire il più possibile autonoma rispetto a qualsiasi struttura associativa. “Rallegriamoci per questa raffinata operazione di autoriproduzione istituzionale”, conclude Mirenda: “L’oliatissima cinghia di trasmissione Anm-ì Csm funziona benissimo”. Alla fine, però, la parola passerà agli elettori, agli stessi magistrati, soprattutto ai più giovani che negli ultimi tempi hanno chiesto, come detto, maggiore trasparenza e meno correnti. Saranno loro a decidere se premiare ancora una volta i protagonisti storici dell’associazionismo giudiziario oppure se cercare strade nuove. Una cosa comunque è certa. Se queste candidature rappresentassero davvero la “discontinuità” tanto attesa, probabilmente bisognerebbe aggiornare il significato stesso della parola.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere