Editoriali
Francesca Albanese e la menzogna storica sull’antisemitismo: l’accusa allo specchio per trasformare Israele in mostro
Da tempo siamo abituati alle uscite di Francesca Albanese. Nonostante ricopra ancora il ruolo di Special Rapporteur dell’Onu sui territori palestinesi occupati, è stata duramente screditata per le sue posizioni, sanzionata pesantemente dagli Stati Uniti e accusata apertamente di antisemitismo da Francia e Germania. Eppure siamo costretti a parlarne, perché per molti occidentali rimane un punto di riferimento. Pochi giorni fa Albanese ha dichiarato: “Io so molto bene cos’è l’antisemitismo. È più ampio dell’odio contro gli ebrei. È odio e discriminazioni contro i popoli semiti, inclusi gli arabi. L’antisemitismo è molto reale contro gli ebrei e contro gli arabi”. Si tratta di una calcolata menzogna storica che non solo è errata sul piano etimologico, ma fa parte di una strategia più ampia di inversione delle responsabilità.
Il termine Antisemitismus fu coniato nel 1879 dal giornalista e agitatore tedesco Wilhelm Marr nel pamphlet “La via verso la vittoria del Germanesimo sul Giudaismo”. Marr fondò anche la Antisemitenliga, il primo movimento politico moderno basato sull’odio antiebraico. Non inventò la parola per descrivere un generico pregiudizio contro “i popoli semiti”, ma per dare una patina pseudo-scientifica all’odio razziale contro gli ebrei, sostituendo il vecchio termine religioso Judenhass. Nel contesto dell’Europa dell’Ottocento, il bersaglio esclusivo erano gli ebrei. “Semitico” è una categoria linguistica, non razziale.
Parte della strategia propagandistica sistematica adottata da Hamas, dai suoi sostenitori occidentali e da figure come Albanese è “l’accusa allo specchio”, teorizzata dal giurista Kenneth L. Marcus nel suo studio del 2012. La tecnica consiste nell’attribuire al nemico esattamente i crimini che si stanno commettendo o che si intende commettere, presentando la propria violenza come legittima autodifesa. Il concetto nasce da un documento propagandistico ruandese degli anni ’90, scoperto dopo il genocidio, che raccomandava esplicitamente di “imputare ai nemici esattamente quello che si sta pianificando di fare”. L’abuso sistematico di parole come genocidio, campo di concentramento e apartheid non è un errore semantico. È uno strumento preciso per mostrificare un popolo che cerca solo di difendersi da chi dichiara apertamente l’intento di distruggere gli ebrei e il loro Stato.
Il tentativo di Albanese di ridefinire l’antisemitismo e le accuse di “genocidio” a Israele è una strategia a favore della propaganda filo-Hamas e filo-iraniana che punta a svuotare di significato storico termini nati dall’esperienza ebraica. Le parole “genocidio”, coniata da Raphael Lemkin proprio per descrivere lo sterminio programmato e sistematico degli ebrei, e “campo di concentramento”, legato indissolubilmente ai lager nazisti, vengono applicate in modo ossessivo e infondato allo Stato ebraico. Questo processo di diluizione semantica, unito all’accusa allo specchio, permette di invertire le responsabilità e di minimizzare l’antisemitismo reale proprio mentre esso torna a livelli record nel mondo.
Negli Stati Uniti, tra il 7 ottobre 2023 e settembre 2024, sono stati registrati oltre 10mila incidenti antisemiti, con un aumento di oltre il 200%. Aumenti analoghi si sono registrati in Europa e altrove. Antisemitismo è il termine specifico dell’odio di cui sono stati vittime per secoli gli ebrei e culminato nella Shoah. Appropriarsi di quel termine per diluirlo, o usare l’accusa allo specchio e lo svuotamento semantico per trasformare la vittima che si difende in mostro, è un atto di negazione della realtà che cerca di invertire i ruoli di vittima e carnefice e di rendere moralmente accettabile l’odio contro gli ebrei e lo Stato ebraico. Smascherare queste vili operazioni resta l’unico modo di restaurare la verità compromessa dalla propaganda.
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