Esteri
Netanyahu da Bin Zayed, il viaggio strategico e un nuovo slancio per gli accordi di Abramo
Come in tutte queste vicende del genere, c’è una realtà e poi c’è un teorema. La realtà è che, tra domenica e lunedì, in pieno Sukkot – con l’opinione pubblica israeliana disattenta alle questioni nazionali – Benjamin Netanyahu è volato ad Abu Dhabi per incontrare il presidente degli Emirati arabi, Mohamed bin Zayed (Mbz). Che si sia trattato di un viaggio strategico ce lo conferma il peso della delegazione al seguito del premier israeliano. Oltre alla moglie Sara, in aereo con lui c’erano il direttore del Mossad, Roman Gofman, il capo del Consiglio di sicurezza nazionale, Shmuel Ben-Ezra, il segretario militare del premier e il responsabile della divisione sicurezza dello Shin Bet.
Cooperazione e sicurezza bilaterale in un momento delicato. Questa la versione ufficiale del summit. La crisi iraniana tende a non chiudersi. La minaccia degli Houthi non è più rivolta solo a Israele. E adesso che gli ultimi soldati americani stanno smobilitando dall’Iraq, c’è il rischio che l’emergenza si dilati al cuore della Mesopotamia. Washington può ammetterlo o meno, ma quello di Bagdad è tutto fuorché un governo affidabile. L’intero Medio Oriente è al lavoro per rispondere a una domanda molto semplice: come ci regoliamo se gli americani se ne vanno per davvero?
La visita in sé è un punto in favore di Netanyahu. Se sono confermate le voci per cui, insieme a Mbz, erano presenti delegazioni di altri Paesi più o meno ostili a Israele, il fuggi fuggi all’Onu, quando la scorsa settimana ha parlato Netanyahu, si riduce a una manifestazione teatrale. La tv israeliana Kan ha parlato di rappresentanti dei governi marocchino, qatariota e saudita. Il Foglio non ha escluso la presenza perfino di Saddam Haftar, figlio di cotanto padre e vicecomandante delle forze della Libia orientale. Proprio perché dell’alleato americano ci si può fidare sempre meno, il mondo arabo è disposto a parlare con Israele. E altrettanto quest’ultimo si vede costretto a un confronto con chi lo vorrebbe cancellato dalle carte geografiche. A ben guardare, siamo alla quintessenza degli Accordi di Abramo. Certo, la merce di scambio non è delle migliori per Gerusalemme. Per amore della pace, bisogna che Israele riconosca lo Stato di Palestina. Ma è altrettanto amaro il boccone per il mondo arabo. Per emiratini, sauditi e via così, non si tratta solo di riconoscere Israele, ma anche avere a che fare con una Palestina – a trazione laica, Fatah, oppure jihadista, quindi Hamas – per la cui esistenza non hanno mai mosso veramente un’unghia da ottant’anni a questa parte.
E poi c’è il teorema. Sembra che Netanyahu sia andato a chiedere a Mbz la smentita per quel preavviso dell’attacco del 7 ottobre. Né Gerusalemme né Abu Dhabi hanno rigettato o confermato questo elemento. E come avrebbero potuto? Ancora una volta è il dilemma del prigioniero che ci torna in aiuto. Se uno conferma e l’altro smentisce, il primo ci rimette. Se entrambi confermano, poi devono risponderne. E non è facile. Una smentita concordata non cambia nulla nella testa dei complottisti. Tanto vale che il teorema resti tale. Del resto, le altre questioni erano ben più importanti.
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