Tetto carburanti
Perché il vero termometro della guerra è il gasolio: il carburante che muove le merci
Prima che scoppiassero le guerre in Medio Oriente, l’Arabia Saudita esportava petrolio lungo tre rotte: dallo stretto di Hormuz uscivano 6.2 milioni di barili al giorno e puntavano verso Est e l’Asia, circa 1,0-1,5 milioni di barili attraversavano il Canale di Suez verso il Mediterraneo e l’Europa, ed altri 2,0-2,5 barili uscivano dallo stretto di Bab el-Mandeb facendo rotta verso Occidente oppure rinforzando la flotta di petroliere che uscivano da Hormuz verso Oriente.
Quando l’Iran ha scoperto che il punto debole dell’occidente era proprio la chiusura di Hormuz, i sauditi sono corsi ai ripari rinforzando tratti della East-West Pipeline, che dagli anni ‘80 taglia orizzontalmente a metà il Regno collegando il porto di Abqaiq sul Golfo Persico con quello di Yanbu sul Mar Rosso grazie a 1200 km di condotte. Questo oleodotto è stato ampliato e ora può trasportare fino a 7 milioni di barili di petrolio al giorno permettendo ai sauditi di dribblare con eleganza la strozzatura iraniana su Hormuz.
Sulla carta sembra la soluzione perfetta. Nella realtà, il greggio che raggiunge Yanbu deve comunque imbarcarsi su petroliere dirette verso l’Europa. E per uscire dal Mar Rosso verso Sud quelle navi devono attraversare lo Stretto di Bab el-Mandeb, largo appena una trentina di chilometri nel suo punto più stretto. Non è stato necessario attendere a lungo perché l’Iran scoprisse il trucco; così, nelle ultime settimane, gli Houthi hanno invaso tutta la costa yemenita che si affaccia su Bab el-Mandeb. È proprio qui che gli Houthi esercitano la loro leva strategica. Missili antinave, droni, mine e attacchi contro il traffico mercantile trasformano il passaggio in un’area ad alto rischio, costringendo molte compagnie a deviare attorno al Capo di Buona Speranza. Il risultato è un viaggio più lungo di migliaia di chilometri, settimane aggiuntive di navigazione e costi assicurativi molto più elevati. È qui che si intrecciano la guerra tra Israele e Iran, l’offensiva degli Houthi nello Yemen e l’impennata del prezzo del greggio.
Perché il gasolio sale più della benzina
La conseguenza più importante non riguarda però il prezzo del petrolio, bensì quello del gasolio. È un fenomeno controintuitivo: quando il greggio aumenta, ci si aspetterebbe che benzina e diesel si comportino allo stesso modo. In realtà non accade. Il motivo è strutturale. La benzina è soprattutto il carburante della mobilità privata; il gasolio è il combustibile dell’economia reale. Alimenta circa il 90% del trasporto merci su strada in Europa, la quasi totalità delle grandi navi commerciali attraverso combustibili derivati dal gasolio, le macchine agricole, i mezzi da costruzione e una parte significativa della logistica industriale.
Questa domanda è molto meno elastica: una famiglia può rinviare un viaggio in automobile, ma un camion che trasporta alimenti o un trattore durante la raccolta non possono semplicemente fermarsi. A complicare il quadro interviene la raffinazione. Ogni barile di petrolio produce contemporaneamente benzina, gasolio, kerosene e altri derivati in proporzioni difficili da modificare nel breve periodo. Le raffinerie mondiali stanno già lavorando vicino alla capacità massima e gli analisti segnalano che il vero collo di bottiglia non è il greggio disponibile, ma la capacità di trasformarlo in carburanti raffinati.
L’effetto domino sull’economia
La guerra nel Golfo e quella in Ucraina colpiscono così lo stesso anello della filiera: il diesel. I danni alle raffinerie mediorientali, le difficoltà logistiche nel Mar Rosso e la riduzione delle esportazioni russe restringono l’offerta proprio mentre la domanda resta elevata. In Europa i margini di raffinazione del gasolio raggiungono livelli record, molto superiori a quelli della benzina, alimentando nuove pressioni inflazionistiche. Quando aumenta il prezzo del diesel, crescono i costi del trasporto marittimo, della distribuzione su camion, dell’agricoltura e della produzione industriale. Il rincaro arriva sugli scaffali dei supermercati molto prima che alla pompa di benzina. Per questo il vero indicatore della guerra non è il prezzo del greggio, ma quello del gasolio: il carburante che muove le merci e, con esse, l’intera economia mondiale.
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