Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, stanno cercando di conquistare i Monti Kahboub, tra le province yemenite di Taiz e Lahij. Il controllo di queste alture consentirebbe loro di consolidare le recenti conquiste lungo la costa del Mar Rosso e di separarla dalle aree meridionali ancora controllate dal governo yemenita appoggiato dall’Arabia Saudita. Le forze governative rimangono sulla difensiva, mentre Riad intensifica i bombardamenti. Secondo l’Onu, gli ultimi combattimenti hanno provocato quasi 700 morti, migliaia di feriti, circa 130.000 sfollati interni e oltre 3.000 persone fuggite verso l’Africa. Gli Houthi avrebbero inoltre attaccato Riad con missili, provocando esplosioni nei pressi dell’aeroporto.

L’Arabia Saudita e il presidente yemenita Rashid al-Alimi hanno chiesto un intervento militare americano. Secondo il New York Times, l’Amministrazione Trump aveva predisposto attacchi aerei contro il gruppo ribelle fondamentalista sciita, poi annullati all’ultimo momento mentre gli ordigni venivano caricati sugli aerei. La notizia non è stata confermata ufficialmente. Washington intende evitare un nuovo fronte dopo il cessate il fuoco raggiunto recentemente, in base al quale gli Stati Uniti hanno sospeso i bombardamenti in cambio della cessazione degli attacchi contro le proprie navi. Il Regno Unito fornirà temporaneamente rifornimento in volo agli aerei sauditi per operazioni difensive, mentre la Francia è disponibile a proteggere le infrastrutture energetiche di Yanbu e il gasdotto Est-Ovest. Il sostegno, tuttavia, rimane limitato e non sostituisce l’intervento diretto richiesto da Riad.

La conquista Houthi del porto di Mokha e dell’isola di Perim rafforza il loro controllo sullo stretto di Bab el-Mandeb, essenziale per il commercio mondiale. La crisi mette a rischio la rotta alternativa utilizzata dall’Arabia Saudita dopo la sostanziale chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Il regno è stato costretto ad aumentare il trasporto di petrolio attraverso Hormuz, nonostante gli attacchi alle navi e i costi assicurativi e di trasporto elevatissimi. Le esportazioni saudite nello stretto sono salite da 700.000 a 2,9 milioni di barili al giorno, contribuendo a riportare il greggio vicino ai 100 dollari, dopo aver sfiorato i 110.

L’avanzata degli Houthi sta mettendo alla prova anche il Patto della Mecca, firmato dall’Arabia Saudita con Turchia e Pakistan. Entrambi i Paesi avevano promesso assistenza reciproca in caso di attacco, ma finora escludono un coinvolgimento diretto. Il Pakistan non parteciperà alla campagna aerea, e la Turchia si limita a chiedere la fine delle ostilità. Il patto, non ancora ratificato dal Parlamento turco e privo di meccanismi operativi chiari, appare quindi insufficiente a sostituire la protezione statunitense.

L’Arabia Saudita rischia un doppio blocco delle esportazioni, a Hormuz e Bab el-Mandeb. I ministri degli Esteri del Golfo dovrebbero incontrare in Oman il ministro iraniano Abbas Araghchi per cercare un’intesa provvisoria sulla navigazione a Hormuz. In caso di fallimento, Riad potrebbe essere costretta a negoziare direttamente con gli Houthi, anche attraverso concessioni economiche. Una soluzione del genere, tuttavia, rafforzerebbe il gruppo e indebolirebbe ulteriormente il governo yemenita. Anche gli Emirati Arabi Uniti sono preoccupati. Pur essendosi ritirati dalla guerra nel 2019 ed essendo in competizione con Riad nello Yemen, hanno interessi militari e commerciali nel Mar Rosso, in Somaliland, Gibuti ed Eritrea. Il controllo Houthi di Bab el-Mandeb minaccia i collegamenti con il porto di Jebel Ali e potrebbe spingere anche Abu Dhabi a cercare un accordo con il gruppo.

Questa crisi è al centro dell’Assemblea generale dell’Onu. Donald Trump incontrerà i leader del Consiglio di Cooperazione del Golfo, mentre il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e Araghchi avranno colloqui con Oman, Qatar e altri Stati regionali. La delegazione iraniana ha ottenuto i visti statunitensi, ma sarà sottoposta a restrizioni negli spostamenti e negli acquisti. Il vertice potrebbe favorire scambi indiretti tra Washington e Teheran, soprattutto sulla gestione di Hormuz, ma le condizioni iraniane – revoca delle sanzioni e risarcimento dei danni di guerra – sono state categoricamente respinte dagli Stati Uniti. Sul fronte israelo-palestinese, Washington ha negato i visti alla delegazione della Palestina, accusando l’Autorità Palestinese e l’OLP di sostenere il terrorismo. Mahmoud Abbas interverrà quindi in videocollegamento. Francia, Regno Unito e Canada promuoveranno un incontro sulla soluzione dei due Stati, mentre Benjamin Netanyahu dovrebbe tenere un discorso particolarmente duro, rivolto anche all’elettorato israeliano in vista delle elezioni del 27 ottobre.