Esteri
Gli Houthi avanzano a Bab el-Mandeb e ridisegnano la sicurezza del Golfo
L’avanzata degli Houthi lungo la costa yemenita del Mar Rosso sta aprendo una nuova frattura nell’architettura di sicurezza del Golfo. Con l’offensiva iniziata il 9 settembre, gli Houthi hanno conquistato il porto strategico di Mokha, respinto le forze sostenute dall’Arabia Saudita e raggiunto le isole di Perim e Hanish, vicine a Bab el-Mandeb. Il movimento appoggiato dall’Iran è ora in grado di minacciare un secondo corridoio marittimo vitale, mentre Teheran continua a esercitare una forte pressione sullo Stretto di Hormuz. Per l’Arabia Saudita, la situazione è particolarmente grave. A causa delle interruzioni a Hormuz, Riad aveva trasferito parte delle esportazioni petrolifere verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Il rafforzamento degli Houthi a Bab el-Mandeb rischia di compromettere anche questa rotta alternativa, esponendo il regno a una sorta di doppio strangolamento marittimo.
La reazione americana è stata molto diversa rispetto a quella adottata nel marzo 2025, quando Washington bombardò obiettivi Houthi. Donald Trump e il vicepresidente JD Vance hanno confermato l’apertura di colloqui diretti con il movimento. Gli Houthi avrebbero assicurato di non voler colpire le navi americane e di voler rispettare il cessate il fuoco concluso con Washington nel 2025. La crisi mostra la difficoltà di separare quanto accade a Hormuz dall’avanzata degli Houthi a Bab el-Mandeb. Gli Stati Uniti cercano di esercitare una pressione economica decisiva su Teheran, ma la loro riluttanza a difendere direttamente l’Arabia Saudita evidenzia l’assenza di una strategia regionale coerente. È in questa frattura che la Cina si inserisce. Nel 2024 gli Houthi avrebbero garantito a Pechino e Mosca che le loro navi avrebbero potuto attraversare il Mar Rosso e il Golfo di Aden senza essere attaccate. La Cina potrebbe quindi proteggere i propri traffici grazie a relazioni dirette con il movimento, mentre gli Stati del Golfo mettono sempre più in dubbio la capacità americana di garantire la sicurezza marittima. Pechino può così rafforzare i rapporti regionali senza assumersi il peso militare tradizionalmente sopportato da Washington. La crisi rappresenta però anche un rischio per Pechino. La Cina non vuole una guerra regionale prolungata, uno shock energetico o l’indebolimento dell’Arabia Saudita, suo importante partner economico e petrolifero. Il suo obiettivo è sfruttare l’emergere di un ordine più frammentato per acquisire influenza, dialogando con soggetti che Washington non può o non vuole affrontare direttamente.
Anche Israele evita, per ora, un nuovo intervento contro gli Houthi. Tre sviluppi potrebbero modificare la posizione di Gerusalemme. Il primo sarebbe un ordine iraniano agli Houthi di attaccare Israele con missili e droni. In quel caso la risposta sarebbe immediata, poiché il movimento yemenita viene ormai considerato il più efficace tra i gruppi armati alleati di Teheran, dopo l’indebolimento di Hamas e Hezbollah. Il secondo scenario riguarda il consolidamento del controllo Houthi su Bab el-Mandeb. L’imposizione di pedaggi o il blocco della navigazione potrebbero paralizzare Eilat e avere conseguenze sull’intero commercio internazionale. Il terzo scenario sarebbe una richiesta saudita di aiuto a Israele. I due Paesi avrebbero già discusso una possibile collaborazione d’intelligence sotto il coordinamento del Comando centrale americano. Una cooperazione potrebbe favorire il riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita. Tuttavia, l’incapacità di fermare gli Houthi potrebbe convincere gli Stati del Golfo che l’Iran non sta perdendo la guerra e spingerli a cercare un’intesa con Teheran.
I precedenti bombardamenti israeliani contro porti, infrastrutture e dirigenti Houthi hanno causato danni rilevanti, ma senza produrre una deterrenza duratura, e ora gli Houthi si stanno così trasformando da milizia locale in un problema strategico globale. Il loro possibile controllo di Bab el-Mandeb, unito alla pressione iraniana su Hormuz, potrebbe ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente, indebolire ulteriormente il sistema di sicurezza guidato dagli Stati Uniti e mettere a rischio due delle principali rotte commerciali ed energetiche mondiali.
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