Uniti contro Meloni, divisi su tutto il resto
Le distanze (incolmabili) del Campo largo: patrimoniale, rinnovabili, riarmo e Ucraina
Il campo largo è già larghissimo, non per la pluralità delle forze che lo compongono o per l’ampiezza del programma che ancora non è stato scritto, ma per la distanza siderale che sussiste già ora sulla visione dell’Italia di oggi e di domani tra i leader e i partiti che possiamo considerare come soci fondatori di una coalizione che rimanda quotidianamente la data di varo di un progetto che, per dirla con parole semplici ma efficaci, è fermo al palo. Certo, tutti si ostinano a ribadire che questa volta non ci saranno divisioni o spaccature che favoriranno la destra e Giorgia Meloni come nel 2022 — da ultimo lo ha ribadito Pierluigi Bersani — ma, accantonata la volontà di non far vincere la destra, ciò che resta è il caos delle condizioni preliminari.
Elly Schlein preferisce sorvolare su ogni tema che possa esporla e fissa quale priorità di un eventuale governo a sua guida il “riconoscimento dello Stato di Palestina”, che, al di là delle innumerevoli obiezioni e cautele che sul piano strategico e internazionale si possono opporre, non è propriamente tra le priorità degli italiani. La politica estera non è materia da poter trattare del resto sull’onda dei sentimentalismi, tantomeno sull’umore di piazze organizzate e politicamente manovrate come quelle pro-Pal. Per non parlare di quelle proposte che dovrebbero rappresentare la cosiddetta svolta economica dopo il fallimento del “modello neoliberista”, che per inciso l’Italia non solo non ha vissuto, ma ad oggi neanche la destra ha mai proposto.
Prendiamo in esame alcune proposte: la patrimoniale, che ovunque è stata realizzata non solo non ha prodotto alcun risultato, ma ha finito per generare una fuga di patrimoni, esodo che l’Italia dovrebbe evitare. Tassa sugli extraprofitti? Non funziona, non ha funzionato nel 2022 (Governo Draghi) dove, su una stima iniziale di 10 miliardi, ne ha raccolti poco più di 2 miliardi e mezzo, con tanto di intervento della Consulta nel 2024 per correggere il tiro — qualche malizioso potrebbe del resto far notare come la parola “tassa” rappresenti una sorta di principio cardine di tutte le proposte economiche fino ad ora avanzate dal Partito Democratico e dalla sinistra — ma si tratta pur sempre di un intervento temporaneo, un aiutino, ma non è certo una visione strategica indirizzata al futuro. Le accise mobili? Introdotte dal 2007 con il Governo Prodi, quindi dalla sinistra, e che il governo ha già messo in atto nel 2026.
Poi c’è la cantilena sulle rinnovabili, e qui il tema è puramente ideologico e parte sempre con frasi ad effetto del tipo “abbiamo il sole, il vento, i fiumi…”: peccato che non siano sufficienti. La parolina magica, quella che il campo largo da ogni angolazione non vuole pronunciare, è il nucleare, l’unica certezza, l’unica garanzia per il futuro. In verità c’è anche il tema dei termovalorizzatori, che bruciano i rifiuti e producono energia e che dovremmo costruirne a bizzeffe, ma anche qui per la sinistra è pura eresia. Sull’energia la soluzione di Schlein, Bonelli e soci è la solita ricetta intrisa di retorica, ma inefficace per il fabbisogno nazionale. Sul riarmo la situazione è allarmante, considerando che con le minacce ibride e l’instabilità geopolitica attuale l’unica preoccupazione della sinistra sembra essere quella di non mantenere i patti e quindi di non raggiungere l’investimento fissato dalla NATO del 5%.
Sull’Ucraina la situazione si fa drammatica, e quasi grottesca anche per certi commentatori a caccia di filo-russi a destra, quando il campo largo per nascere deve mettere nero su bianco che non proseguirà nel sostegno militare all’Ucraina, come ribadito da Giuseppe Conte alla festa del Fatto Quotidiano. Sul punto invece Giorgia Meloni è stata chiara: nessun dialogo con chi non sostiene l’Ucraina. Di solito si dice che i nodi verranno al pettine, ma a sinistra si è arrivati ai nodi quando del pettine non c’è ancora traccia.
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