Come quelle serie televisive che ci appassionano particolarmente – e delle quali vorremmo un tasto di replay infinito per poterne ripartire da capo-, la legge elettorale attualmente in discussione ci sta regalando le stesse emozioni (e le stesse attese frenetiche). Dopo la riunione mattutina dei vertici di centrodestra per limare le ultime incertezze, il testo del “Melonellum” (per i cultori degli appellativi peculiari) è giunto a Palazzo Madama in seconda lettura, ma senza mandato al relatore. Il provvedimento resta dunque temporaneamente privo dell’emendamento sulle preferenze, che dovrà essere nuovamente rivotato.

Dal Campo Largo arrivano invece quattro questioni pregiudiziali di costituzionalità, tutte bocciate: le opposizioni definiscono il testo una legge “con forzature” e, ciliegina sulla torta, bollano la manovra sulle preferenze come “truffaldina”. Prima ancora di snocciolare i singoli nodi della riforma, dai banchi dell’opposizione arriva una frase ritenuta da molti di circostanza: “Con il caro benzina e la guerra in corso, perché focalizzarsi proprio sulla legge elettorale?”. Un interrogativo che lascia il tempo che trova, dato che la prassi -ormai consolidata nel nostro Paese- di cambiare le regole del gioco agli sgoccioli della legislatura non è estranea né ai governi di destra né tanto meno a quelli di sinistra.

Come si suol dire, prendendo il “toro per le corna”, alcuni sarebbero i punti sui quali ormai la maggioranza ha raggiunto una convergenza, primo tra tutti le tanto attese preferenze: capolista bloccato e la possibilità per gli elettori di esprimere tre preferenze e alternanza di genere. La norma sul ballottaggio è invece finita ufficialmente nel tritacarte: Marcello Pera ha ritirato l’emendamento dichiarando di non voler fare “il pierino della situazione”, e l’idea tanto agognata del secondo turno è definitivamente sfumata. Una scelta che riporta la serenità nella compagine di governo (dato che Matteo Salvini aveva già espresso la sua contrarietà a più riprese) ed evita il rischio di una bocciatura che molto probabilmente condurrebbe ad elezioni anticipate (epilogo che il Governo vorrebbe evitare).

Nessun ritocco, inoltre, per il premio di governabilità, che rimane invariato al 42%: su un eventuale ridimensionamento, Alessandro Battilocchio aveva comunque commentato che “non cambierebbe la sostanza”. L’ultimo nodo, non certo per importanza -dato che nel nostro Paese l’ironia in politica piace eccome-, è quello della cosiddetta norma “anti-cespugli”, che riporta al centro delle discussioni il fatidico polo centrista e le formazioni minori. Rispetto alla soglia di sbarramento fissata al 3%, FdI ha presentato un emendamento per abbassarla al 2%. Una scelta in linea con quanto trapela dal Quirinale, dove si preferirebbe uno sbarramento più contenuto: ed è proprio facendo leva sulla posizione del Colle che FdI sta avvertendo i propri alleati che, qualora la soglia venisse rialzata, la legge rischierebbe di non essere firmata dal Capo dello Stato. Tra preferenze, premio di governabilità e la contesa sulla norma anti-cespuglio, rimandiamo il prossimo appuntamento della serie a partire dal 28 settembre, data in cui il testo arriverà alla Camera, per capire che scheda elettorale si troveranno davanti gli elettori.

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Classe 2002, riformista per scelta e cattolica per formazione, nel solco di maestri come Sturzo, De Gasperi e La Pira. Ho fondato Orizzonte Giuridico, un’officina di pensiero nata per rimettere la cultura del diritto al centro del dibattito pubblico. Mi divido costantemente tra l’Italia e l’Albania, con tre chiodi fissi: il Diritto Costituzionale, i sistemi elettorali e le stanze del Vaticano.