In molti si aspettavano la fumata bianca sulla nuova legge elettorale entro questa settimana; eppure, con un certo grado di compiacimento da parte dei costituzionalisti, bisognerà attendere almeno la fine del mese per l’approvazione (con il testo definitivo che potrebbe comunque vedere la luce già a partire da ottobre). È ricominciato di fatto il rush finale alla Commissione Affari Costituzionali del Senato, dove il testo sarà atteso in Aula mercoledì 9 settembre.

In queste settimane a rianimare il dibattito parlamentare è stata proprio l’ipotesi di inserimento del ballottaggio, anche se sembra essere tramontata tra i vertici della maggioranza. Nel rifinire la creatura giuridica di cui vedremo a breve i risultati, c’è l’abbassamento del premio di maggioranza dal 42% al 41% con un emendamento di Fratelli d’Italia. È stata proprio la Corte costituzionale, con la celebre sentenza sull’Italicum, a contemplare il premio di governabilità al 40%, un punto di equilibrio ritenuto ragionevole tra stabilità e rappresentatività: di conseguenza, il fatto che la maggioranza di Giorgia Meloni si muova tra il 42% e il 41% rientra in un ambito ormai pienamente sdoganato dal giudice delle leggi.

Sul tema del ballottaggio, invece, sembrano essere sfumati i propositi di una parte della maggioranza e dei costituzionalisti di area riformista e liberale/popolare. L’appello promosso da Libertà Eguale e Fondazione Magna Charta, infatti, poi intercettato da un emendamento a firma di Marcello Pera, prevedeva la vittoria al primo turno con il 48% dei voti o, in mancanza della soglia, il passaggio al secondo turno, dove a prevalere sarebbe chi ottiene almeno il 38% dei consensi. A questa operazione di “ingegneria costituzionale”, come la definirebbe Giovanni Sartori, si accompagna la perplessità del vicepremier Matteo Salvini che, prediligendo il “turno secco”, ritiene che agli elettori spetti un solo compito: scegliere in giornata da chi farsi rappresentare; chi perde, va all’opposizione.

A rassicurare il Campo Largo c’è inoltre lo stesso Esecutivo di Giorgia Meloni, che tende a rimarcare come la chiusura della legislatura non avverrà immediatamente dopo l’approvazione della legge elettorale, aprendo però a un possibile scenario: le elezioni anticipate ci sarebbero nell’eventualità in cui si verificassero “nuovi incidenti” sulla legge elettorale. Il caldo estivo di fatto non può non farci ricordare la peculiare situazione di quando il voto sulle preferenze venne bocciato in Aula, e gli sbandieratori del Campo Largo si sono alternati ai cosiddetti “franchi tiratori”. Un pericolo che, quanto meno sulle preferenze e dopo le svariate discussioni in seno alla maggioranza, questa volta dovrebbe essere scongiurato, allontanando l’ipotesi di una fumata nera. Con il traguardo elettorale slittato alla primavera del 2027 e la legge di bilancio alle porte, la politica vive la sua personalissima attesa del conclave. Tra veti incrociati ed emendamenti last minute, continueremo ad attendere fiduciosi sotto Palazzo Madama che dal Parlamento spunti prima o poi un fumo di colore chiaro.

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Classe 2002, riformista per scelta e cattolica per formazione, nel solco di maestri come Sturzo, De Gasperi e La Pira. Ho fondato Orizzonte Giuridico, un’officina di pensiero nata per rimettere la cultura del diritto al centro del dibattito pubblico. Mi divido costantemente tra l’Italia e l’Albania, con tre chiodi fissi: il Diritto Costituzionale, i sistemi elettorali e le stanze del Vaticano.