A Palazzo Dante, a Roma, le luci non si sono spente neanche la notte. Da sabato scorso, quando centinaia di black bloc provenienti da almeno quattro nazioni hanno messo a ferro e fuoco i cantieri Tav in Val di Susa, l’intelligence italiana è sotto botta. Da Forte Braschi a Piazza Zama, fino al Dis presso la Presidenza del Consiglio, è un susseguirsi di telefonate agitate e di comunicazioni tanto riservate quanto incandescenti. Non era stato previsto quasi niente di quanto è accaduto.

Non erano stati monitorati i movimenti oltrefrontiera, non erano state messe in conto le armi, gli esplosivi, la violenza con cui l’organizzazione eversiva ha potuto portare a fondo il suo piano: 120 feriti tra le forze dell’ordine. A Palazzo Chigi, al Viminale, alla Difesa le autorità di governo attendono ora risposte. Senza far trasparire troppo l’irritazione. Anche se ieri un autorevole membro del Copasir, il senatore Enrico Borghi, di Italia Viva, ha squarciato il velo del silenzio: «Attenzione perché in Val di Susa non c’erano solo anarchici piemontesi ma anche francesi, olandesi, spagnoli: attorno a questi temi si sta organizzando un’internazionale della violenza». E poi, ancora più esplicito: «Occorre per questo potenziare il sistema di lavoro delle intelligence e di raccolta delle informazioni per lavorare sul fronte della prevenzione, che a questo deve servire e non a regolare i conti nelle stanze del potere».

Report e la vicenda dell’Autogrill

Palazzo Dante, in piazza Dante, ha capito bene il messaggio. «L’intelligence serve a questo e non a regolare i conti nelle stanze del potere». Che cosa intende il senatore, lo aveva anticipato Matteo Renzi in una intervista concessa venerdì scorso a Il Giornale. Parlando del caso Ranucci-Lavitola e dei misteri legati all’attività di Report in questi ultimi anni, l’ex presidente del Consiglio ha inferto una stilettata profonda e precisa: «Ormai è chiaro a tutti, anche a chi non vuole vedere, che la vicenda dell’Autogrill è stata semplicemente un regolamento di conti all’interno dell’intelligence italiana». Non è cosa di poco conto, detta da un ex premier.

Il dialogo di Renzi e Mancini all’Autogrill

Su quella storia, portata agli onori delle cronache da Report con una vera e propria campagna in tre puntate, il 3 maggio 2021, Babbi e spie, poi rafforzata con le successive spallate del 10 maggio e del 14 giugno, Ranucci diede grande risalto a un lungo video di 40 minuti che formalmente risultò essere stato girato «per caso» da «una professoressa che aspettava in macchina suo padre». Formalmente, perché su quell’episodio calò una coltre di mistero impenetrabile. L’identità di Marco Mancini, pur filmato con la mascherina anti-Covid, venne rivelata con una intervista a un ex agente di intelligence in pensione, che ne certificava nome e cognome in barba alla legge e alle più elementari regole di condotta, bruciando così l’identità di un direttore del controspionaggio in servizio.

Il vincolo revocato

Qui tornano utili le parole di Renzi: «Un regolamento di conti interno all’intelligence italiana». Perché a conoscere in anticipo – e anzi a determinare la posizione esatta dell’appuntamento tra l’ex presidente del Consiglio e l’allora capo del controspionaggio – erano in pochissimi. Le due scorte, e segnatamente i capi scorta. Due scorte non del Viminale ma entrambe dell’Aisi. Peccato che nessuno abbia audito, in nessun’aula, i capiscorta di cui sopra. E anzi: nel 2022, nel corso di una deposizione resa nell’ambito delle indagini difensive dell’ex dirigente del controspionaggio Marco Mancini, l’allora direttrice del DIS Elisabetta Belloni oppose il segreto di Stato su alcune domande. Quel vincolo è stato successivamente revocato dal governo Meloni nell’aprile 2025. E dunque oggi non è più in essere. Consentendo di andare a vedere le carte, le circostanze, le informazioni alla base di quello che Renzi definisce «un regolamento di conti». A questo punto della storia, si può riavvolgere il nastro e ripartire, per cercare la verità, da lì.

Il vanto di Ranucci

Da chi – e dal perché – ha voluto costruire la trappola dell’Autogrill. Report e Ranucci ne sono stati solo gli utili strumenti, solo un involontario terminale? Non sembra, a dar credito alle parole dello stesso conduttore Rai. Il 18 aprile 2024, presentando il suo libro a San Martino di Castrozza, Ranucci rivendicò con un certo orgoglio: «Con quell’inchiesta noi abbiamo contribuito a prepensionare Marco Mancini dai servizi». Per i giornalisti le parole hanno un valore. O almeno dovrebbero averlo. E vantarsi di aver contribuito a prepensionare Mancini significa riconoscere di averlo fatto in concorso con altri. O per conto di altri. Al di là del salto logico che non permette di capire perché il servizio pubblico televisivo dovrebbe attivarsi per prepensionare i dirigenti dell’intelligence, sul caso rimane aperto più di un interrogativo.

Chi ha stabilito le modalità dell’incontro, chi ha selezionato l’agente che avrebbe poi bruciato l’identità di Mancini? E quali sono le eventuali afferenze, nella cerchia famigliare della professoressa che ha realizzato il video, di persone che a vario titolo svolgono attività presso sedi dei servizi segreti italiani? Domande che oggi possono tornare utili, e sulle quali va fatta piena luce. Per contribuire a prepensionare la coltre di mistero che avvolge il caso Report-Autogrill oggi qualche novità arriva da Ravenna.

Le novità da Ravenna

La Procura ravennate ha ricevuto sin dal 2021 una denuncia per diffamazione aggravata nei confronti di Ranucci, presentata dai legali di Mancini. Ad oggi risulta in piedi: non è stata data notizia di archiviazione. Potrebbe dunque portare la redazione di Report a fornire elementi preziosi per dipanare i nodi della matassa di cui parla Renzi. Ed è di ieri la notizia che una nuova querela per diffamazione aggravata è stata protocollata nei confronti di Ranucci: ha dichiarato in una conversazione con Thomas Mackinson del Fatto Quotidiano, l’8 luglio, che dietro al fantomatico «Corrado» al quale «non bisogna far arrivare» vi sarebbe stato Mancini. Una illazione pura, che ha provocato sconcerto negli apparati di intelligence: quel nomignolo non è mai appartenuto a Mancini. Che ha dunque firmato una nuova denuncia per diffamazione aggravata per il conduttore di Report. «Sembra ossessionato da me», ha detto l’ex numero due del Dis. Una ossessione che torna, dunque, e forse non a caso. In un mondo di messaggi in codice e di riferimenti mirati, aver voluto fare quel richiamo al caso Autogrill – e stando alle parole dell’ex premier Renzi, ai servigi resi allora – può non essere stato semplicemente uno scivolone, da parte di Ranucci.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.