Prenderò a prestito l’incipit di Velardi, rovesciandolo: senza tanti giri di parole, in Italia il centro è appena nato. Non è ottimismo a buon mercato, né una difesa d’ufficio pro bono. È l’esigenza del tempo che ci è dato attraversare con i suoi rischi e le sue opportunità. Non sfuggono a me, non sfuggono a Velardi, i mille limiti di un’esperienza che ha tardato fin qui ad affermarsi e i mille ostacoli che ancora abbiamo di fronte.

Siamo controvento, le categorie della democrazia liberale che hanno garantito benessere, progresso e libertà sono in affanno, aggredite da nemici esterni ed interni che hanno trovato nelle inquietudini più che nelle ideologie le armi per contrastare società aperte e mercati liberi. Siamo più soli, l’erosione del ceto medio, della sua prosperità e della sua funzione innovatrice, ci sta lasciando con i piedi senza il terreno sotto. Siamo meno nazionali ma ancora privi di una vera casa comune, sospesi tra desideri europei e realizzazioni concrete che ci lasciano insoddisfatti.

La polarizzazione si nutre di questi limiti e di questi ostacoli come ad un baccanale. A poco varrebbe la fatica di mettere insieme sigle, leadership vere o presunte, cifre elettorali più o meno significative, se non avessimo anche in cuore e nella testa che il punto non è la sopravvivenza ma l’alternativa alla strada che l’Europa, dalla Germania alla Francia passando per l’Italia, sembra aver fatalmente imboccato. Sopravvivere è sempre meglio che niente, ma nella mia esperienza ho imparato che chi lotta per sopravvivere prima o poi tira le cuoia. È quasi superfluo aggiungere che questa alternativa passerà molto lontano dalla lotta al neoliberismo o a qualunque altro nemico immaginario che si sta costruendo a sinistra. Un altro modello di sviluppo già c’è, è quello di Trump, Xi e dei Brics ed è lontanissimo da quello di cui spesso si riempiono la bocca per dar fiato. A questo si aggiunga, non per corollario ma per timbro identitario, la messa in svendita dell’essenza stessa della resistenza liberale e democratica europea di questi ultimi anni: il sostegno all’Ucraina.

Cosa resta a noi, cosa dobbiamo fare noi? Il tempo non è molto, le elezioni politiche incombono, anche il resto d’Europa si troverà a fare i conti con pesanti cicli elettorali. Per parte mia ho scelto il linguaggio della verità. Ho scelto la strada che sembrava più giusta anziché più comoda, ho fondato una realtà, Spazio Pubblico, che ogni giorno e con fatica quotidiana diventa un po’ più grande, ho incontrato donne e uomini d’Europa e del resto del mondo, da Kyiv a Taipei, che condividono la nostra stessa aspirazione alla giustizia e alla libertà. Non un vago posizionamento politico, vagamente moderato, vagamente riferito ad esperienze centriste del passato, che rispetto ma che sono lontane dai bisogni. Uno spazio di libertà, radicalmente europeista, transnazionale e liberale che concorrerà ad un’offerta elettorale per le prossime elezioni politiche e ad una prospettiva di alternativa ai due poli italiani, ormai egemonizzati dalle rispettive forze populiste.

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Eurodeputata del Partito Democratico eletta nella circoscrizione dell'Italia Meridionale.