Il dibattito
Caro Velardi, il nuovo Centro è dove si governa il futuro
Caro Claudio Velardi,
un centro può morire come spazio elettorale e sopravvivere come funzione. La mappa su cui lo cerchiamo, però, è ancora quella del Novecento. Sono anni che il conflitto decisivo si sposta dall’asse destra-sinistra a quello aperto-chiuso. Hanspeter Kriesi e i suoi coautori lo chiamano dal 2006 “conflitto fra integrazione e demarcazione”, l’Economist nel 2016 lo mise in copertina. La tecnologia è la prossima materia di quel conflitto, con il rischio di un terzo populismo anti-innovazione. Questo conflitto taglierà in due entrambe le coalizioni, ed è proprio qui che va cercato il Centro come funzione: fra chi vuole governare la transizione e chi vuole, inutilmente, fermarla.
Il primo segnale è arrivato l’11 luglio a Lacchiarella, nel milanese, con una delle prime manifestazioni italiane contro un data center. Sono seguiti una rete di ventidue comitati, un manifesto e una piazza annunciata a Milano per il 10 ottobre. I comitati non contestano la tecnologia, chiedono un piano nazionale degli impianti che lo Stato avrebbe dovuto scrivere per primo (per Ipsos e Legacoop il 42 per cento degli occupati si sente sostituibile da una macchina). I comitati sono il sintomo; il populismo sarà l’uso politico di una contraddizione lasciata senza governo: basta che qualcuno dia a vertenze diverse lo stesso avversario. Entrambe le coalizioni possono ospitarlo, la destra come difesa del territorio, la sinistra come difesa del lavoro, e per questo nessuna delle due lo vede arrivare. Negli Stati Uniti, secondo Data Center Watch, fra i politici locali schierati contro questi impianti il 55 per cento è repubblicano e il 45 democratico. Abbondano tecnofili e tecnofobi, ma mancano i tecnorealisti.
Sul primo populismo la politica ha capito tardi che chi protestava aveva in parte ragione: la globalizzazione era stata governata male, e l’ammissione è arrivata a fabbriche già chiuse. Il conto di quel ritardo continua ad arrivare, domenica dopo domenica, nelle urne d’Europa. Le sfide del Paese hanno un ordine di esecuzione e il digitale viene per primo perché, governato, cambia tempi e costi di tutte le altre. È l’agenda intera, materia da Palazzo Chigi, e tocca la forma dello Stato liberale: la competitività è oggi condizione dell’indipendenza di un Paese e dei diritti dei suoi cittadini, purché i suoi frutti arrivino al lavoro come al capitale, alla periferia come al centro.
Alla destra il nuovo asse chiede che cosa intenda per sovranità, la tentazione è il veto, che produce dipendenza con bandiera nazionale; la versione utile è la capacità. Alla sinistra chiede che cosa intenda per protezione. Per Philippe Aghion, Nobel 2025, lo Stato deve essere insieme investitore e assicuratore: i due poli si sono divisi la coppia, che funziona solo intera. Chi teme la macchina chiede, prima di ogni divieto, di essere qualificato: un diritto all’apprendimento permanente, un euro sulla persona per ogni euro sulla macchina. La sinistra usi il digitale contro le disuguaglianze che si misurano in liste d’attesa e si riprenda la parola produttività, cresciuta, secondo l’Istat, appena dello 0,3 per cento l’anno dal 1995. Il centro che cerchi esiste, ed è una funzione nel senso letterale: tenere le mani sul volante di una transizione di cui i poli discutono solo freno e acceleratore. In questa stagione è la posizione più radicale in campo.
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